venerdì, 11 luglio 2008

Sabato 12 luglio 2008, alle 20.30, alla Comuna Baires, via Parenzo 7 si terrà la presentazione del'antologia di racconti (tre o quattro sono di fantascienza) di Giuseppe De Micheli, autore già noto per la sua precedente antologia “Granelli di Sabbia”, nonché come vincitore della Sviccata, e il cui racconto finalista del Premio Galassia, è pubblicato sul numero 54 di Robot.


Sabato 12 Luglio 2008, 0re 20,30

Comuna Baires - Via Parenzo, 7

20143 Milano

Presentazione di Renzo Casali, Incontro con gli autori, letture, e... Musica balcanica e rom con la Piccola Orchestra del Villaggio Solidale


CIRCOLO PICKWICK

Presenta:

TRAME

Racconti di Giuseppe De Micheli


Le storie narrate dagli uomini sono sempre nuove o ricalcano schemi ripetitivi?

Gozzi, Schiller, Goethe, Polti sono giunti alla conclusione che tutto quanto è stato raccontato, dagli albori dell'umanità ad oggi, oralmente, per iscritto o portato in scena, è classificabile in un numero limitato di situazioni tragiche. Polti ha sistematizzato la materia nel suo Les Trentesix Situations Dramatique del 1895.

Giuseppe De Micheli ha provato a scoprire una nuova situazione, ma non ci è riuscito: tutti i suoi racconti si sono incasellati, senza sforzo, in una delle trentasei situazioni già note. In questa antologia vengono presentati i racconti corrispondenti alle prime 18 situazioni di Polti.


2008 Editori della Peste



INGRESSO LIBERO, si prega di prenotare

Durante la presentazione sarà possibile cenare con pizza


Tel: 0289121317 - 0289786301


Ulteriori precisazioni:

- la presentazione non durerà più di un ora e sarà inframmezzata dai canti del trio balcanico (voce, chitarra, fisarmonica)

- al termine proseguirà l'esibizione del trio balcanico. Chi vuole potrà ballare.





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domenica, 18 maggio 2008

Mi chiedo spesso cosa porti a leggere un libro anziché un altro. La domanda è quasi retorica. Ogni libro che leggiamo ha una sua storia personale. Nessun lettore ha un percorso sovrapponibile a quello di altri. Come sia arrivato a leggere questo libro esula dallo scopo della recensione. Sappiate solo che grazie a questo percorso però ho avuto modo di conoscere, seppure non approfonditamente nulla_per_casol'autrice. E' sorprendente ritrovarsi a leggere un romanzo con la voce del suo autore. Ancora più sorprendente visualizzare la protagonista con le fattezze dell'autrice. Nonché attribuire ai vari personaggi i volti delle persone care alla stessa, visti alla presentazione del volume. In fondo non è così. Rosa non è Irene, la protagonista del romanzo. Ma c'è qualcosa di Rosa in Irene per forza di cose. E' lei che ha donato al personaggio il soffio vitale. E le ha donato una singolare caratteristica, quella di percepire il dolore delle persone che le stanno vicino. Fino a starne male. La cosa è molto scomoda se poi il personaggio è una cronista di cronaca nera, costantemente a contatto con dolori di ogni sorta. Da questo primo conflitto scaturiranno in realtà molti altri conflitti. Una narrazione compatta, che si avvia con molta circospezione, ci introduce a un complesso mondo narrativo, fatto di personaggi e situazioni che sembrano vivere di vita propria. Attenzione, non sto dicendo che sfuggano al volere della scrittrice, quello che voglio dire è che il notevole lavoro di costruzione dei personaggi e dell'ambientazione è molto curato. Il risultato di una così buona preparazione è una storia che, dopo qualche capitolo di presentazione dell'ambiente e dei personaggi, scorre senza intoppi, facendosi leggere senza alcuna fatica. La trama “gialla” è parte integrante dell'opera. Non risulta niente affatto pretestuosa, come capita troppo spesso. La sua risoluzione è molto coerente nella sua linearità e semplicità. Come dicevo, non solo sono curati i personaggi, ma anche l'ambientazione. Una Milano assolutamente riconoscibile, ma fuori dagli stereotipi. Il linguaggio è moderno senza essere “modernista”, ossia è assolutamente privo di quei neologismi che molti autori inseriscono per dare sfoggio di sé. La parola che mi viene più in mente se penso al romanzo è “modestia”. Non è un giudizio sulla qualità del romanzo, che è buono. Bensì l'atteggiamento che sembra trasparire da ogni pagina. Una volta tanto abbiamo un'autrice che non pretende di insegnarci il senso della vita in ogni riga, ma che, con molta modestia, si limita a raccontare una storia, e lo fa molto bene. Non pensiate che un minimo di insegnamento, dalla storia di Irene, non si possa trarre, ma per fortuna l'autrice non ce lo fa pesare. Lei racconta la storia, lasciando a noi lettori il compito di trarne le dovute conseguenze.


Nulla per caso
Rosa Teruzzi
Sperling & Kupfer - Collana Pandora
Data pubblicazione: 2008
Pagine: 199 - ISBN: 8820045109 - Prezzo: € 16,50

Recensione pubblicata anche sul mio blog.
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categoria:recensioni, 2008, teruzzi rosa
martedì, 06 maggio 2008
ATROCITA' IN MOSTRA A MILANO



Quando: lunedì 12 maggio.

Dove: a Milano presso l'Arci Corvetto, in via Oglio 21 (MM Corvetto), a
partire dalle 20:45.

Cosa: "The Atrocity Exhibition", film diretto da Johnatan Weiss, tratto
dall'omonimo libro di J. G. Ballard.

Altro: ingresso gratuito; a partire dalle 19:30 cena (costo 8/10 euro) con
fantascientisti, cenacolisti, connettivisti e tutti gli –isti possibili!!!



Il film, mai uscito nelle sale cinematografiche, è stato girato da Weiss
inizialmente senza alcun consulto o contatto con Ballard, il quale, dopo la
visione della prima stesura del film, entusiasta ha dato la sua approvazione
e suggerito l'introduzione iniziale.
Un’intervista al regista si può leggere qui:
HYPERLINK "http://www.ballardian.com/weiss-interview"
\nhttp://www.ballardian.com/weiss-interview



Il film verrà proiettato in lingua originale, sottotitolato in italiano.

La proiezione sarà preceduta da un'introduzione al film e all'opera
ballardiana a cura di Giovanni De Matteo, Fernando Fazzari, Lukha Kremo
Baroncinj e Mario Gazzola.



The Atrocity Exhibition

Regia: Jonathan Weiss

Soggetto: J.G. Ballard

Sceneggiatura: Jonathan Weiss & Michael Kirby

Fotografia: Bud Gardner

Musica: J.G. Thirlwell (Foetus)

Interpreti: Victor Slezak (Travis e gli altri 'T'); Anna Juvander (Karen
Novotny; La Donna in Bianco); Michael Kirby (Dott. Nathan)

Anno: 2000

Durata: 105'





Da "La quotidiana atrocità in mostra", articolo di Lukha Kremo Baroncinj,
apparso su next-station.org



"La mostra delle atrocità (una raccolta di frammenti narrativi scritta in
più tempi) rappresenta un nodo importantissimo della produzione ballardiana:
l'Uomo si trova ad affrontare un altro groviglio: il mondo dei mass media e
della tecnologia. L'artefatto umano ha raggiunto un grado tale da renderlo
autonomo, l'Uomo è costretto alla propria riprogettazione e al nomadismo
psichico. La geometria dei sistemi di comunicazione diventano l'estensione
del sistema nervoso. Nei paragrafetti che si succedono incalzanti, quasi con
isteria, Ballard mette in scena le ossessioni, le perversioni, le mitomanie
che nascono nella mente facendole "esplodere" nel mondo esterno (Burroughs
nota che l'autore si rifà nuovamente al mondo dell'arte realizzando in
letteratura quel processo di blowing up che attuavano Rauschenberg e la
Pop-art quando ingrandivano enormemente un'immagine). Prende vita un
inconscio collettivo fatto di mitologie contemporanee ed eventi shock alla
base del quale c'è una sessualità che pervade tutto [...] E' uno scenario di
violenza ed eccesso, ma non troppo fantascientifico se si pensa alla
quantità di trasmissioni televisive basate sul concetto di real-TV (nato nel
cinema coi cosiddetti mondo-movies che hanno come capostipite un cinico come
Jacopetti), all'esistenza del mercato illegale degli snuff-movies (veri e
propri "festival di atrocità cinematografiche"), o soltanto di un libro che
raccoglie tutte le frasi dei piloti registrate nelle scatole nere pochi
istanti prima che l'aereo precipiti (The black Box di Malcolm MacPherson), e
a tutto il materiale pornografico feticistico di stampo clinico e asettico
attualmente in commercio. Ma è l'autore stesso a cercare di capire dove
tutto questo potrà condurci: «La morte di un bambino o la guerra nel Vietnam
potrebbero essere visti come contributo al bene comune»."
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categoria:eventi
domenica, 13 aprile 2008

In campo musicale realizzare la "cover" di una canzone del passato è una pratica molto frequente. Ossia non si sconvolge nessuno se un artista decide di suonare una canzone di un altro. Lo scopo non è sopperire alla mancanza di ispirazione, almeno non sempre, bensì quello di rendere omaggio a un artista molto apprezzato o a una canzone molto amata. Le cover megliocommissario riuscite non sono quelle che cercano di rendere fedelmente la canzone modello, cosa tra l'altro impossibile, ma sono quelle che portano il contributo della diversa sensibilità artistica dell'"imitatore". Ricordo per esempio una bellissima versione di Eric Clapton della canzone “Little Wing” di Jimi Endrix.I risultati sono sempre opinabili, perché dipendenti dal gusto di chi ascolta. Questa pratica non è comunque poco diffusa in letteratura. E' diffuso l'uso della citazione, talvolta più o meno esplicita. Talvolta i romanzi si ispirano a situazioni di altri romanzi, penso ai Bridget Jones, ispirati a Orgoglio e Pregiudizio, oppure ai libri di Moccia, che pestano (male) lo stesso mortaio di Cime Tempestose. Anche nel cinema poi il “remake” è realizzato da registi e produttori a corto di idee. Talvolta il remake è una operazione artistica anche in questo caso, si pensi a Psycho di Hithcock, rifatto da Gus Van Sant.

L'operazione di Matrone è sostanzialmente diversa. Più simile al remix di un dj, che alla cover o al remake in realtà. Matrone, e l'ho appreso ascoltandolo alla presentazione del libro, ha preso il testo originale, “La vita intensa” di Massimo Bontempelli, lo ha fatto a pezzi, e ricomposto, in maniera casuale. Ha poi sia inventato frasi e concetti di sana piante e credo che anche che abbia tagliato parti che non lo convincevano. In questo momento non ho ancora letto il testo originale e non posso fare confronti. In realtà voglio esprimermi proprio sullo specifico di questa “cover”, senza fare confronti con il testo originale. Le mia conclusione, quindi riguarda il libro di Matrone come opera a sè stante. Penso che ci troviamo davanti a un un libro ben scritto, con un testo che riesce a essere sia colto che brillante. Molto pieno di considerazioni sulla visione del mondo dell'autore “attuale”. Il divertimento della scrittura poi traspare da ogni pagina. L'autore riesce quindi ad andare oltre il patto tra lettore e scrittore, e riesce a far sentire il lettore suo complice in questa marachella letteraria. La scorrevolezza del testo e la sua piacevolezza, rendono l'esperienza di lettura fin troppo breve. Come tutte le cose belle, sembra che duri troppo poco. Ma non posso considerarlo un difetto. Preferisco un libro le cui pagine scorrano con piacere, che un testo del quale non vedo l'ora di finire la lettura per dimenticarlo. In questo caso, posso anche dire che il testo regge a una rilettura. Consigliato per godere del piacere della lettura.


Maurizio Matrone
Il commissario incantato
Romanzo di avventure
Marcos y Marcos - 214 Pagine - 14.50 Euro

Recensione pubblicata anche sul mio blog


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categoria:romanzi, 2008, marcos y marcos, matrone maurizio
giovedì, 03 aprile 2008

Un anno fa la prima antologia connettivista tentava di dare una panoramicacoprosaquantica delle principali tematiche del movimento. Questa seconda antologia, Frammenti di una rosa quantica, non è così ambiziosa. Più prosaicamente si fregia della sua frammentarietà, sin dal titolo. Il riferimento alla meccanica quantistica evidenzia lo stato naturale del movimento, che vive continui cambiamenti di definizione, resistente a qualsiasi osservazione. Anzi proprio il tentativo di osservazione genera i cambiamenti.

L'antologia presenta quindi ancora più discontinuità, al suo interno, di quante ne avesse la prima.

Ci sono anche nomi nuovi. Ci sono i connettivisti della prima ora, ma anche semplici simpatizzanti, coinvolti perché comunque affini a un movimento che può essere tutto e il contrario di tutto.

In un anno sono successe tante cose. Scrivendo s'impara. La vittoria al premio Urania di Sezione π2 non è un evento casuale, né unico. Anche altri connettivisti hanno vinto prestigiosi premi per racconti. Infatti in questa antologia la qualità media è nettamente migliorata, pur partendo dal buon livello della precedente.

Veniamo ai racconti.

Orizzonte degli Eventi, di Giovanni De Matteo è un racconto che per struttura è da considerarsi un romanzo breve. Un racconto che oscilla tra suggestive evocazioni di millenarie civiltà, citazioni fumettistiche, paradossi della fisica e la migliore space opera. E' così ben strutturato da essere suscettibile di ampliamenti, che potrebbero portarlo al respiro del romanzo lungo.

SPAM di Filippo C. Battaglia, è un allucinato viaggio nelle estreme conseguenze dalla civiltà dei consumi. Graffiante.

L'uomo dei pupazzi di schiuma di Dario Tonani, ci mostra l'avvento di nuove forme di vita. Figlie sia dell'avanzata manipolazione dei materiali, che del software che assume auto consapevolezza. Il racconto pur tuttavia sembra fermarsi prima di possibili sviluppi. Peccato perché è molto ben scritto.

Chandra, sogna la neve che brucia di Alberto Cola.
Ossia anche le AI hanno un anima. I “ghost” che si affannano a cercare le tracce della più evoluta di esse, ossia “Miracle” se ne renderanno conto? Attenzione, la risposta potrebbe inquietare più della domanda. Bello.

Cento anni di Sandro Battisti è breve come un soffio. Ma è intenso, struggente. Le estreme conseguenze dell'ingordigia di sapere e conoscenza sono sempre dietro l'angolo. Fare attenzione. Sempre. Da leggere e da ascoltare nei reading che Sandro tiene per l'Italia.

Principio d'induzione di Roberto Furlani è un ottima drammatizzazione di un principio della fisica classica, immerso in uno scenario di guerra futuribile, in realtà fin troppo attuale. Un racconto dallo svolgimento compiuto. Uno dei migliori dell'antologia.

137 di Lukha Kremo Baroncinij.
Intelligenze naturali alimentano computer organici, connessi a loro volta con intelligenze artificiali. In uno scenario freddo e disumano si combatte un conflitto silenzioso. Immaginifico e ben scritto.

Confiteor di Mario Gazzola è un pugno nello stomaco. Ostie mediche sono in grado di fare dimenticare i peccati, fatti e, soprattutto, subiti. L'antico rituale della confessione è quindi asservito a scopi che il racconto esplicita senza pudore. Ottimo senso del ritmo, esaltato nei reading dalle ottime capacità espressive del suo autore, ma capace di emozionare anche alla sola lettura privata.

L'ultima stanza del mondo di Alex Tonelli ha per protagonisti quattro sopravvissuti a una pestilenza mondiale. Ma l'essere chiusi in una stanza, senza contatti con il mondo, li renderà protagonisti di uno dei più classici paradossi quantistici. Buona costruzione dei personaggi.

Afterlife di Daniele Pasquini.
Il racconto narra di un futuro nel quale l'anima, dopo la morte, diventa un software da caricare in un software di realtà virtuale. La vera e definitiva Second Life. Ovviamente nulla è mai semplice come si crede. Non completamente sviluppato, a mio giudizio, ma il tema è interessante.

Esperimento quantico di Domenico Mastrapasqua racconta di un novello icaro quantistico. Del sempre eterno protendersi oltre ogni limite fisico. Ovviamente le conseguenze di questa ricerca sono sempre imprevedibili.

La favola nera di Marco Milani è la coniugazione in chiave connettivista dell'eterno scontro dell'uomo con le sue paure. In questo caso di un bambino, che affronterà lo spauracchio più temuto, “l'uomo nero”. Buonissimo il dialogo.

L'istante gelido di Fernando Fazzari è un aneddoto, più che un racconto. Una Bologna non molto lontana dall'attuale fa da sfondo a una resa dei conti tra padre e figlio, con toni da racconto maistream.

Amiens (1905) di Simone Conti è una delle punte di diamante di questa antologia. E' possibile fare interagire Jules Verne con tutti, dico tutti, i personaggi delle sue opere? Chi è il misterioso nemico che insieme dovranno affrontare? Da leggere. Non me ne vogliano gli altri, ma è il mio racconto preferito dell'antologia. Assolutamente da leggere.

In conclusione un'antologia tutta da leggere. Come già scrissi l'anno scorso, i connettivisti hanno il maledetto vizio di parlare poco, e scrivere tanto. E il maledetto coraggio di esporsi, in un momento che continua a essere poco felice per la fantascienza. Non posso poi non fare i miei complimenti a Giorgio Raffaelli per le splendide immagini a corredo dei racconti, che avrebbero meritato la stampa a colori. Ma capisco anche l'esigenza meritoria dell'editore di mantenere un prezzo abbordabile. Ottima è poi la grafica del volume. Curata e ben fatta anche la parte redazionale, che consta nella simpatica introduzione di Luca Masali, la compiaciuta nota dell'editore Luca Kremo Baroncinij e le necessarie note biografiche sugli autori.

Prendete e leggetene tutti.

Autori Vari,
Frammenti di una rosa quanti
FANTASCIENZA
Kipple Officina Libraria
Bibliotheka di Avatar
Anno 2008
pagine
224
prezzo 15,00 euro



Recensione pubblicata anche su  Fantascienza.Com e sul mio blog
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categoria:fantascienza, , connettivismo, 2008
martedì, 01 aprile 2008
Senza troppi clamori, Nicolazzini, l'intrepido agente di Tonani, è riuscito nell'impresa. La Dreamworks ha acquistato i diritti per l'adattamento cinematografico di Infect@. Ancora non è chiaro con quali tecniche il film verrà realizzato. Ma pare che Robert Zemeckis sia stato contattato dal dinamico produttore Joe Cond. Cond ha dichiarato di essersi innamorato del romanzo durante un recente viaggio in Italia. Cond in realtà è italo americano, il suo vero nome è Giuseppe Condice. La sua dichiarazione entusiastica è stata: “Distruggerò il mito di Blade Runner e di Roinfect@ger Rabbit in un solo colpo con questo film”. Pur prendendo spunto dall'universo di Infect@, il primo trattamento ha il titolo provvisorio di “Betty Boop vs Cletus”. Il film si prenderà parecchie libertà rispetto al romanzo originale. Più ampio quindi il ruolo della gigantesca Betty Boop all'interno del film, specialmente delle sue parti intime. L'ambientazione sarà in ogni caso milanese, infatti il romanzo sarà ambientato a Milano, Erie, Ohio, Stati Uniti d'America. Se le premesse fossero mantenute il film si meritebbe un bel “R-Rated”, per le scene di violenza e sesso esplicito contenute. Ma la vera rivelazione potrebbe essere il ruolo di Cletus. Infatti Harrison Ford si è detto interessato al ruolo. Pur non essendo più un giovincello pare non riesca a resistere al richiamo dei cartoni animati.

Interrogato in proposito Dario Tonani non ha risposto, si è limitato a fuggire via a bordo della Ferrari nuova.

 

Post pubblicato anche sul mio blog

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lunedì, 31 marzo 2008
I Quais du Polar, festival dedicato al poliziesco, al giallo, al noir e tutte queste cose qui, si sono svolti a Lione lo scorso weekend. Sono alla quarta edizione, e sono qualcosa di mostruoso. La parte principale del festival si svolgeva a Palais Bondy, cioè dietro casa mia, che per una volta è una bella comodità. Ma in realtà tutta la città era coinvolta, con una serie di attività e incontri paralleli che si svolgevano in liberie, locali, cinema... E non solo per la durata del festival "ufficiale", perché di fatto marzo - che in qualunque altro luogo del globo terracqueo è mese dedicato alle donne - a Lione è tutto un pullulare di eventi legati alla cosiddetta crime fiction.




Un tipo di fiction di cui peraltro io sono quasi digiuna, ma non per mancanza d'interesse. Diciamo che, concentrandomi principalmente sulla fantascienza e sull'attualità, poi resta poco spazio per altri generi. Peraltro, c'è da dire che molti scrittori di fantascienza fanno anche giallo o noir, e che capita abbastanza spesso che nelle storie fantascientifiche il protagonista sia un qualche tipo di poliziotto (pensate anche solo a Nathan Never). Per cui, l'argomento può interessarmi anche indirettamente.


A questo si aggiunga che, qualche settimana fa, ero entrata in contatto con Bernard Blanc, traduttore francese di Joe Lansdale, il quale mi aveva annunciato che sarebbe stato presente ai Quais proprio perché il "suo" autore era fra gli invitati.


Mi sono quindi letta uno dei 30 e oltre romanzi di Lansdale, nella fattispecie La sottile linea scura, che ho ampiamente apprezzato, e mi sono preparata per l'incontro. Incontro che, naturalmente, non è mai avvenuto, in base a tutte le leggi di Murphy che si sono riunite per l'occasione anche loro a Palais Bondy (non posso dire di più pubblicamente, ma vi assicuro che c'è da ridere). Ma il piacere di partecipare all'evento è rimasto intatto.




Lansdale l'ho comunque seguito in un paio di tavole rotonde: una, molto interessante, con altri scrittori americani, sulle elezioni Usa (dici: che c'entra il poliziesco? E che ne so io? Sarà la suspense su chi vincerà le elezioni: "chi sarà il prossimo assassino di iracheni alla Casa Bianca?"). I partecipanti erano, oltre a Lansdale, George Pelecanos e Jake Lamar, che peraltro parlava in francese perché vive in Francia dal '93. Non dico altro perché la tavola rotonda era alle 11 della domenica, dopo il cambiamento d'ora e dopo una sbornia presa a una festa la sera prima, per cui sono arrivata con tre quarti d'ora di ritardo. Ma quel poco che ho visto mi è parso notevole.




L'altro incontro con Lansdale, sempre la domenica, era sui personaggi ricorrenti nei cicli di romanzi. Anche qui, presente Pelecanos, che era anche ospite d'onore del festival, mentre il "terzo incomodo" era Veit Heinichen, un tedesco che vive a Trieste da 30 anni. E in effetti di Trieste si è parlato parecchio, come era giusto che fosse.




Ai Quais quest'anno erano presenti due autori italiani: Piergiorgio Di Cara e Alessandro Perissinotto. Sono riuscita solo a seguire una tavola rotonda con Di Cara presente, e devo dire che è stata parecchio illuminante. Cioè, lo è stata per me che sono un'italiana del nord e, anche se della mafia si sente sempre parlare parecchio, a volte hai quasi l'impressione che siano leggende, e fa sempre bene avere qualche conferma da chi ci lavora tutti i giorni. Di Cara è riuscito benissimo a spiegare a quelle teste di coccio dei francesi in che modo la mafia non sia solo un'organizzazione criminale, ma qualcosa di culturale, di atavico. La tavola rotonda riguardava in effetti i criminali nei romanzi, e, non avendo mai letto nulla di Di Cara, mi è piaciuto sapere che i suoi criminali rappresentano un po' la "banalità del male", non sono dei mostri, così come i poliziotti non sono degli eroi. Gli altri partecipanti erano i francesi Antoine Chainas (che, se ho ben capito, scrive storie molto molto noir) e Abdel-Hafed Benotman (semplificando e banalizzando, un ex galeotto, uscito di prigione solo l'anno scorso) e l'irlandese Mark Billingham.




E vorrei concludere con il mio coup de coeur: si chiama Matt Rees (guardatevi il video, ne vale la pena) ed è stato per diverso tempo corrispondente in Medio Oriente. Ha parlato della sua frustrazione nel dover rappresentare una realtà seguendo le rigide regole del giornalismo, e, gente, come lo capisco! È per questo che ha deciso a un certo punto di scrivere fiction per poter dare voce a tutte quelle persone di cui negli articoli poteva solo accennare. E così ha scritto dei polizieschi ambientati in Palestina, dove i personaggi sono dei palestinesi (niente israeliani, dice, per evitare di cadere nei cliché). Ho seguito due tavole rotonde a cui ha partecipato e, nonostante l'apparenza da fighettino, mi ha fatto davvero impressione. Tanto che mi sono comprata un suo libro e gliel'ho fatto autografare. Abbiamo allora scambiato brevemente due chiacchiere, e alla fine, oggi, ho deciso di contattarlo per chiedergli un'intervista. È stato carinissimo, si ricordava di me e mi ha dato immediatamente la sua disponibilità. Adesso devo vedere per chi pubblicarla. Sarà comunque a Milano probabilmente a maggio, perché esce in Italia il suo secondo romanzo per Cairo Editore. Che io poi adesso ne sto tessendo gli elogi, ma il libro non l'ho ancora letto, e magari è una schifezza, quindi prendete quello che vi dico con le pinze.




Mi rendo conto che ho scritto tantissimo, eppure non è nemmeno un centesimo di tutto quel che c'era ai Quais. Come ho detto in un commento a un post precedente, se ci fosse qualcosa di simile per la fantascienza! Sì, a Nantes ci sono gli Utopiales, ma non coinvolgono tutta la città, e poi io vorrei che fossero a Lione! Magari a Palais Bondy, dietro casa mia...


(Questo articolo è stato postato anche sul mio blog personale)

lunedì, 03 marzo 2008
Non posso dire di essere deluso. Ma neanche di essere pienamente soddisfatto da questa lettura. Ho sentito solo lodi sperticate nei confronti di Amèlie Nothomb. Lodi che, alla luce di questa mia prima lettura, non riesco a condividere appieno. Andiamo con ordine. Nel breve romanzo, si narra dello scrittore Prétextat Tach. Uno scrittore, premio nobel per la letteratura, obeso oltre ogni misura, che conduce una vita ritirata. Ma quando lo scrittore scopre di essere afflitto da un morbo incurabile, il suo agente convoca un gruppo di giornalisti per delle interviste a futura memoria. Ma lo scrittore, in una serie di scontri verbali, umilierà i primi quattro giornalisti, per il solo gusto di farlo. La quinta giornalista invece, non solo non verrà umiliata dalla ferocia verbale di Tach, ma addirittura farà luce su un segreto terribile nella vita delloigiene scrittore, fino a giungere a un imprevedibile finale.
Onestamente credo che gli scontri verbali siano molto interessanti sul fronte del ritmo. Sicuramente ben scritti. Da ogni singola riga è possibile capire chi sia il personaggio che parla.   Pur tuttavia i primi quattro giornalisti sembrano veramente troppo cretini per essere veri. Non dico che non sia possibile che esistano cretini, ma che quattro cretini consecutivi intervistino uno scrittore e che vengano demoliti a forza di cattiverie mi sembra che vada oltre la sospensione dell'incredulità. E che poi improvvisamente sia lo scrittore a diventare cretino, e a cadere nei suoi stessi sofismi, beh, mi sembra ancora più incredibile.
Va bene, accontentiamoci del fatto che il libro sia tutto sommato ben scritto. Le cose intelligenti dette dai personaggi, effettivamente colpiscono. Ma è questa serie di capovolgimenti logici che mi ha perplesso assai. Insomma se questo era l'esordio di una delle più brillanti scrittrici degli ultimi tempi, vi dico che non sono d'accordo. Non bastano un po di bizzarrie, qualche cappello buffo, e delle interviste basate sul non-sense, per fare una grande scrittrice. Mi riservo di leggere altro, per vedere oltre la superficie. D'altra parte questo era solo il libro di esordio, del 1992, e poichè la Nothomb scrive un libro all'anno, magari qualcosa di meglio avrà scritto.

Post pubblicato anche sul mio blog


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categoria:1990-2000, nothomb amélie
lunedì, 03 marzo 2008

Come accostarsi a un autore sul quale si è scritto di tutto? Un autore preso a modello dai suoi contemporanei e dalle generazioni successive, sul quale sono milano_nerastati scritti fior fiore di saggi critici, tesi di laurea e chissà quant'altro. Io come sempre arrivo buon ultimo, e senza pretesa di completezza. Seguendo il mio percorso di lettore caotico e onnivoro sono arrivato a questa antologia chiamata “La Milano nera”, curata Oreste del Buono. La selezione contiene i quattro romanzi della serie "Duca Lamberti", e le raccolte di racconti “Milano Calibro 9” e “I centodelitti”. Il tutto è introdotto da un racconto autobiografico intitolato “Io Vladimir Scerbanenco.”. Il filo conduttore dell'antologia è la città nella quale le storie sono ambientate. Milano anni '60. Una città che è protagonista tanto quanto i personaggi dei romanzi e dei racconti.
Scerbanenco nacque a Kiev, in Ucraina, nel 1911, da padre ucraino e madre italiana. Giungerà in Italia dopo la morte del padre. Interrotti gli studi per motivi finanziari, egli s’adatta ai mestieri più disparati (fresatore, magazziniere, fattorino) prima di cominciare a collaborare con dei periodici femminili, dapprima in qualità di correttore di bozze, poi come autore di racconti e romanzi rosa, campo nel quale ben presto diviene uno dei più quotati specialisti. La bibliografia è immensa, 82 romanzi, oltre 1.000 racconti, a punteggiare un percorso letterario che va dal 1933 al 1969, dai 22 ai 58 anni. I romanzi che più gli daranno la notorietà arrivano però quasi alla fine dell'enorme produzione letteraria di Scerbanenco, e quasi alla fine della sua vita. Infatti il primo romanzo del ciclo ossia “Venere Privata” è del 1966. L'ultimo è del 1969. In questi romanzi Duca Lamberti, un giovane medico radiato dall'Ordine e condannato al carcere per aver praticato l'eutanasia su una donna in agonia. Lamberti in seguito diventa una sorta di investigatore privato che collabora con la questura di via Fatebenefratelli a Milano, in particolare con il commissario di origini sarde Càrrua. La serie di Duca Lamberti, porta all'autore il grande successo, grazie alle molte versioni cinematografiche della stessa e ai riconoscimenti internazionali a lui assegnati , tra cui il prestigiosissimo Grand Prix de Litérature Policière francese, nel 1968.
Dicevo che Milano è co protagonista delle storie narrate in questo volume. Con le sue vie, il suo clima umido, la sua nebbia. Luoghi comuni? No, a Milano, talvolta, sorge il sole. Ma la Milano di Scerbanenco è anche una città che, negli anni '60, cresce oltre la sua capacità di razionalizzare. Cosmopolita suo malgrado. E dove si concentra tanta crescita, tante opportunità, è ovvio che si concentri anche l'anima nera. Dove c'è il meglio c'è anche il peggio. E' un dato di fatto. L'autore non tratta mai queste questioni con enfasi. Ma con tono sommesso. Pacato. Pur tuttavia non rifugge da crude descrizioni dei crimini, senza autocompiacimento o voglia di splatter gratuiti. E' certamente ancora un linguaggio che non conosce gli eccessi della nostra epoca, dove alla pochezza di quanto si ha da dire si sostituisce la ricerca dell'effettaccio fine a se stesso. Scerbanenco dice tanto dell'umanità milanese. E alla fine il suo tono sommesso risulta dirompente. Le trame poi sono sempre molto logiche. Era ancora un epoca nella quale l'intreccio non doveva essere inutilmente complicato. Non c'era bisogno di allungare il sugo con inutili sotto trame. Scerbanenco va diritto al punto. Il suo personaggio è paziente. Con metodo certosino parte dall'osservazione di ciò che sembra ovvio, e scopre invece che niente è mai quello che sembra. Le sue intuizioni non appaiono mai forzate, ma assolutamente logiche. Non troverete mai “pistole che entrano in scena e non sparano”. Non troverete mai personaggi e situazioni abbandonati a se stessi per mancanza di idee, o per semplice dimenticanza dell'autore.
Dire oltre delle trame dei romanzi significherebbe privarvi del piacere della scoperta. Mi fermo su questa soglia, perché ogni indagine come ogni lettura, comincia sempre al buio.

Giorgio Scerbanenco
La Milano nera di Scerbanenco (a cura di Oreste del Buono)
744 Pagine
Editore Garzanti Vallardi
Contiene:

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  • Traditori di tutti
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postato da: emanuelemanco alle ore 09:10 | Permalink | commenti
categoria:1960-1970, scerbanenco giorgio
giovedì, 14 febbraio 2008

Molte volte mi incaponisco con il rispetto per gli stilemi dei generi. Qualcuno mi ha detto che, nel mio piccolo, mi sono fatto la fama di “severo recensore”. Ho una la promessaconvinzione. Per stravolgere i generi bisogna intanto conoscerli bene. Non mi arrogo la sapienza. Sto cercando di imparare. Il percorso di un aspirante scrittore passa anche per delle buone letture. Di gialli ho letto sempre meno che di altri generi. Non so bene, ma forse nessuno lo sa, quale sia la sottile distinzione tra giallo e thriller. Il mio percorso di lettura nel genere giallo, si è imbattuto stavolta in un “classico”. Ossia, come si è intuito già dal titolo, ne “La promessa” di Friedrich Dürrenmatt, del 1958. Il sottotitolo è eloquente: “Un requiem per il romanzo giallo”. L'ambizione dello scrittore quindi non è solo quello di raccontare una storia “gialla”, ma anche quella di raccontare forse il giallo definitivo, di levarci dalla testa l'illusione che il giallo possa anche solo lontanamente rappresentare la realtà. Il percorso compiuto è assai convincente. Il romanzo è in apparenza agile. Le relativamente poche pagine fanno pensare a qualcosa che ti occuperà al massimo una serata. In realtà ogni riga è ben pesata, e assai comunicativa. Non ci sono capitoli inutili qui. Sin da subito. E l'attenzione deve essere assolutamente alta. Non puoi leggerlo sovrappensiero questo romanzo. Devi tornare subito indietro. Quale sublime differenza rispetto alle noiose pagine dei best sellers di oggi, che vendono parole a un tanto al chilo. Il romanzo si apre con una conversazione tra uno scrittore di gialli e un ex commissario di polizia di Zurigo. Il tema è il romanzo giallo. Ossia quanto questo genere di romanzi presenti una distorta visione della realtà. Nei romanzi gialli, attraverso ragionamenti logico deduttivi, i colpevoli vengono sempre smascherati. Nella realtà le indagini non sempre sono così lineari, e talvolta la soluzione, se arriva, arriva in modo assolutamente casuale o improbabile. Già Pirandello aveva cominciato la riflessione sulle differenze tra reale e verosimile La realtà è vera per definizione, la finzione deve preoccuparsi di sembrare verosimile. La conseguenza è che la realtà talvolta sembra più finta della sua ricostruzione. Probabilmente se si costruisse un romanzo giallo descrivendo una vera indagine, si verrebbe accusati di aver costruito un romanzo poco credibile.
Il romanzo quindi continua, per illustrare il suo punto di vista, il poliziotto racconta di un delitto e del commissario di polizia Matthäi, soprannominato "mattatutti". Il commissario, per onorare una promessa, metterà in gioco tutta la sua vita, pur di scovare un omicida seriale di bambine. Non vorrei raccontare altro. E' un romanzo dalla cui analisi strutturale ogni aspirante giallista deve imparare. Ma non solo. Ogni aspirante scrittore. I personaggi sono caratterizzati con estrema precisione. Così come efficaci e verosimili sono i dialoghi. Straordinario è il finale. Che in un certo senso è comunque il trionfo del ragionamento logico deduttivo, anche se il romanzo non tradisce mai le sue premesse.
Le impressioni generali che ne ho tratto è che forse devo cominciare a guardare con occhi diversi al ciò che leggo. Non tutti forse saranno dei Dürrenmatt, ma bisogna dare il beneficio dell'inventario a chi con i generi tenta di dire altro. Certo un capolavoro così non nasce ogni anno. E' chiaro che per destrutturare bisogna prima sapere strutturare. Non si può fare arte astratta, senza conoscere le fondamenta del disegno accademico. La lettura di questo romanzo è quindi consigliata, non solo ai lettori più o meno scafati, ma anche a noi scribacchini, sempre in cerca di buoni maestri.


Dürrenmatt Friedrich
La promessa. Un requiem per il romanzo giallo
150 Pagine
Prezzo € 7,00
Traduttore Daniele S.
Editore Feltrinelli (collana Universale economica)

Recensione pubblicata anche sul mio blog

postato da: emanuelemanco alle ore 15:26 | Permalink | commenti
categoria: , durrenmatt, 1950-1960