giovedì, 03 aprile 2008

Un anno fa la prima antologia connettivista tentava di dare una panoramicacoprosaquantica delle principali tematiche del movimento. Questa seconda antologia, Frammenti di una rosa quantica, non è così ambiziosa. Più prosaicamente si fregia della sua frammentarietà, sin dal titolo. Il riferimento alla meccanica quantistica evidenzia lo stato naturale del movimento, che vive continui cambiamenti di definizione, resistente a qualsiasi osservazione. Anzi proprio il tentativo di osservazione genera i cambiamenti.

L'antologia presenta quindi ancora più discontinuità, al suo interno, di quante ne avesse la prima.

Ci sono anche nomi nuovi. Ci sono i connettivisti della prima ora, ma anche semplici simpatizzanti, coinvolti perché comunque affini a un movimento che può essere tutto e il contrario di tutto.

In un anno sono successe tante cose. Scrivendo s'impara. La vittoria al premio Urania di Sezione π2 non è un evento casuale, né unico. Anche altri connettivisti hanno vinto prestigiosi premi per racconti. Infatti in questa antologia la qualità media è nettamente migliorata, pur partendo dal buon livello della precedente.

Veniamo ai racconti.

Orizzonte degli Eventi, di Giovanni De Matteo è un racconto che per struttura è da considerarsi un romanzo breve. Un racconto che oscilla tra suggestive evocazioni di millenarie civiltà, citazioni fumettistiche, paradossi della fisica e la migliore space opera. E' così ben strutturato da essere suscettibile di ampliamenti, che potrebbero portarlo al respiro del romanzo lungo.

SPAM di Filippo C. Battaglia, è un allucinato viaggio nelle estreme conseguenze dalla civiltà dei consumi. Graffiante.

L'uomo dei pupazzi di schiuma di Dario Tonani, ci mostra l'avvento di nuove forme di vita. Figlie sia dell'avanzata manipolazione dei materiali, che del software che assume auto consapevolezza. Il racconto pur tuttavia sembra fermarsi prima di possibili sviluppi. Peccato perché è molto ben scritto.

Chandra, sogna la neve che brucia di Alberto Cola.
Ossia anche le AI hanno un anima. I “ghost” che si affannano a cercare le tracce della più evoluta di esse, ossia “Miracle” se ne renderanno conto? Attenzione, la risposta potrebbe inquietare più della domanda. Bello.

Cento anni di Sandro Battisti è breve come un soffio. Ma è intenso, struggente. Le estreme conseguenze dell'ingordigia di sapere e conoscenza sono sempre dietro l'angolo. Fare attenzione. Sempre. Da leggere e da ascoltare nei reading che Sandro tiene per l'Italia.

Principio d'induzione di Roberto Furlani è un ottima drammatizzazione di un principio della fisica classica, immerso in uno scenario di guerra futuribile, in realtà fin troppo attuale. Un racconto dallo svolgimento compiuto. Uno dei migliori dell'antologia.

137 di Lukha Kremo Baroncinij.
Intelligenze naturali alimentano computer organici, connessi a loro volta con intelligenze artificiali. In uno scenario freddo e disumano si combatte un conflitto silenzioso. Immaginifico e ben scritto.

Confiteor di Mario Gazzola è un pugno nello stomaco. Ostie mediche sono in grado di fare dimenticare i peccati, fatti e, soprattutto, subiti. L'antico rituale della confessione è quindi asservito a scopi che il racconto esplicita senza pudore. Ottimo senso del ritmo, esaltato nei reading dalle ottime capacità espressive del suo autore, ma capace di emozionare anche alla sola lettura privata.

L'ultima stanza del mondo di Alex Tonelli ha per protagonisti quattro sopravvissuti a una pestilenza mondiale. Ma l'essere chiusi in una stanza, senza contatti con il mondo, li renderà protagonisti di uno dei più classici paradossi quantistici. Buona costruzione dei personaggi.

Afterlife di Daniele Pasquini.
Il racconto narra di un futuro nel quale l'anima, dopo la morte, diventa un software da caricare in un software di realtà virtuale. La vera e definitiva Second Life. Ovviamente nulla è mai semplice come si crede. Non completamente sviluppato, a mio giudizio, ma il tema è interessante.

Esperimento quantico di Domenico Mastrapasqua racconta di un novello icaro quantistico. Del sempre eterno protendersi oltre ogni limite fisico. Ovviamente le conseguenze di questa ricerca sono sempre imprevedibili.

La favola nera di Marco Milani è la coniugazione in chiave connettivista dell'eterno scontro dell'uomo con le sue paure. In questo caso di un bambino, che affronterà lo spauracchio più temuto, “l'uomo nero”. Buonissimo il dialogo.

L'istante gelido di Fernando Fazzari è un aneddoto, più che un racconto. Una Bologna non molto lontana dall'attuale fa da sfondo a una resa dei conti tra padre e figlio, con toni da racconto maistream.

Amiens (1905) di Simone Conti è una delle punte di diamante di questa antologia. E' possibile fare interagire Jules Verne con tutti, dico tutti, i personaggi delle sue opere? Chi è il misterioso nemico che insieme dovranno affrontare? Da leggere. Non me ne vogliano gli altri, ma è il mio racconto preferito dell'antologia. Assolutamente da leggere.

In conclusione un'antologia tutta da leggere. Come già scrissi l'anno scorso, i connettivisti hanno il maledetto vizio di parlare poco, e scrivere tanto. E il maledetto coraggio di esporsi, in un momento che continua a essere poco felice per la fantascienza. Non posso poi non fare i miei complimenti a Giorgio Raffaelli per le splendide immagini a corredo dei racconti, che avrebbero meritato la stampa a colori. Ma capisco anche l'esigenza meritoria dell'editore di mantenere un prezzo abbordabile. Ottima è poi la grafica del volume. Curata e ben fatta anche la parte redazionale, che consta nella simpatica introduzione di Luca Masali, la compiaciuta nota dell'editore Luca Kremo Baroncinij e le necessarie note biografiche sugli autori.

Prendete e leggetene tutti.

Autori Vari,
Frammenti di una rosa quanti
FANTASCIENZA
Kipple Officina Libraria
Bibliotheka di Avatar
Anno 2008
pagine
224
prezzo 15,00 euro



Recensione pubblicata anche su  Fantascienza.Com e sul mio blog
postato da: emanuelemanco alle ore 10:19 | Permalink | commenti
categoria:fantascienza, , connettivismo, 2008
giovedì, 14 febbraio 2008

Molte volte mi incaponisco con il rispetto per gli stilemi dei generi. Qualcuno mi ha detto che, nel mio piccolo, mi sono fatto la fama di “severo recensore”. Ho una la promessaconvinzione. Per stravolgere i generi bisogna intanto conoscerli bene. Non mi arrogo la sapienza. Sto cercando di imparare. Il percorso di un aspirante scrittore passa anche per delle buone letture. Di gialli ho letto sempre meno che di altri generi. Non so bene, ma forse nessuno lo sa, quale sia la sottile distinzione tra giallo e thriller. Il mio percorso di lettura nel genere giallo, si è imbattuto stavolta in un “classico”. Ossia, come si è intuito già dal titolo, ne “La promessa” di Friedrich Dürrenmatt, del 1958. Il sottotitolo è eloquente: “Un requiem per il romanzo giallo”. L'ambizione dello scrittore quindi non è solo quello di raccontare una storia “gialla”, ma anche quella di raccontare forse il giallo definitivo, di levarci dalla testa l'illusione che il giallo possa anche solo lontanamente rappresentare la realtà. Il percorso compiuto è assai convincente. Il romanzo è in apparenza agile. Le relativamente poche pagine fanno pensare a qualcosa che ti occuperà al massimo una serata. In realtà ogni riga è ben pesata, e assai comunicativa. Non ci sono capitoli inutili qui. Sin da subito. E l'attenzione deve essere assolutamente alta. Non puoi leggerlo sovrappensiero questo romanzo. Devi tornare subito indietro. Quale sublime differenza rispetto alle noiose pagine dei best sellers di oggi, che vendono parole a un tanto al chilo. Il romanzo si apre con una conversazione tra uno scrittore di gialli e un ex commissario di polizia di Zurigo. Il tema è il romanzo giallo. Ossia quanto questo genere di romanzi presenti una distorta visione della realtà. Nei romanzi gialli, attraverso ragionamenti logico deduttivi, i colpevoli vengono sempre smascherati. Nella realtà le indagini non sempre sono così lineari, e talvolta la soluzione, se arriva, arriva in modo assolutamente casuale o improbabile. Già Pirandello aveva cominciato la riflessione sulle differenze tra reale e verosimile La realtà è vera per definizione, la finzione deve preoccuparsi di sembrare verosimile. La conseguenza è che la realtà talvolta sembra più finta della sua ricostruzione. Probabilmente se si costruisse un romanzo giallo descrivendo una vera indagine, si verrebbe accusati di aver costruito un romanzo poco credibile.
Il romanzo quindi continua, per illustrare il suo punto di vista, il poliziotto racconta di un delitto e del commissario di polizia Matthäi, soprannominato "mattatutti". Il commissario, per onorare una promessa, metterà in gioco tutta la sua vita, pur di scovare un omicida seriale di bambine. Non vorrei raccontare altro. E' un romanzo dalla cui analisi strutturale ogni aspirante giallista deve imparare. Ma non solo. Ogni aspirante scrittore. I personaggi sono caratterizzati con estrema precisione. Così come efficaci e verosimili sono i dialoghi. Straordinario è il finale. Che in un certo senso è comunque il trionfo del ragionamento logico deduttivo, anche se il romanzo non tradisce mai le sue premesse.
Le impressioni generali che ne ho tratto è che forse devo cominciare a guardare con occhi diversi al ciò che leggo. Non tutti forse saranno dei Dürrenmatt, ma bisogna dare il beneficio dell'inventario a chi con i generi tenta di dire altro. Certo un capolavoro così non nasce ogni anno. E' chiaro che per destrutturare bisogna prima sapere strutturare. Non si può fare arte astratta, senza conoscere le fondamenta del disegno accademico. La lettura di questo romanzo è quindi consigliata, non solo ai lettori più o meno scafati, ma anche a noi scribacchini, sempre in cerca di buoni maestri.


Dürrenmatt Friedrich
La promessa. Un requiem per il romanzo giallo
150 Pagine
Prezzo € 7,00
Traduttore Daniele S.
Editore Feltrinelli (collana Universale economica)

Recensione pubblicata anche sul mio blog

postato da: emanuelemanco alle ore 15:26 | Permalink | commenti
categoria: , durrenmatt, 1950-1960
lunedì, 27 novembre 2006
(pubblicato in origine sull'Iguana blog il 26/10/2006)


Picture by .:artemisia:..
Ormai è passato qualche tempo dalla lettura di Sotto la pelle di Michel Faber, ma non avevo ancora avuto modo di buttar giù queste righe sull'impressione che mi ha lasciato.

Diciamolo subito: per due terzi abbondanti del romanzo la sensazione che è andata via via aumentando, è stata quella di trovarsi di fronte a una ciofeca, un romanzo fastidioso nella sua furbizia, nella sua prevedibilità, nell'uso smodato del colpo basso per colpire il lettore allo stomaco. Irritazione è la parola che più definisce il mio rapporto con il libro.

Faber sa scrivere, non c'è dubbio. I personaggi che tratteggia raggiungono sempre un realismo tridimensionale. Le varie scene che compongono la vicenda sono ben delineate, avvincenti e credibili.
Ma allora cos'è che non funziona nel romanzo?
Due cose fondamentalmente: la credibilità globale della vicenda e l'intento smaccatamente pedagogico del romanzo.

Man mano che si procede nella storia la credibilità si perde in mille dettagli francamente incomprensibile alla luce del realismo cercato (disperatamente ?) dall'autore. La vicenda si svolge nel nord della Scozia, da almeno un paio d'anni Isserley, l'aliena protagonista del romanzo, fa sparire in media un autostoppista al giorno. Chi è stato da quelle parti sa quanto poco siano frequentate quelle lande, quindi mi aspetto che se un migliaio di persone scompare un minimo di allarme dovrebbe crearsi.
E invece zero.

Ma andiamo avanti.
La società aliena descritta nel romanzo è totalmente, drammaticamente, tragicamente umana nelle sue basi costituenti: i rapporti tra i sessi, tra le classi sociali, l'economia, la stessa forma mentis, tutto è tremendamente e incredibilmente umano. Non so come la pensate voi, ma per me non ha molto senso. Soprattutto per il rapporto con gli umani che caratterizza la loro presenza sul pianeta.
In effetti una delle cose che maggiormente rimprovero all'autore è l'incapacità di utilizzare e sfruttare appieno i canoni fantascientifici di cui approfitta abbondantemente per limitarsi invece a imbastire un pamplet moralista con l'ovvio scopo di convertire quel carnivoro di un lettore.
Perché questo è il fulcro del romanzo: la trasformazione degli esseri umani in carne da macello. E l'ovvia metafora tra la condizione degli umani nel romanzo e quella del bestiame che noi alleviamo è sin troppo trasparente. Ma non c'è alcuna finezza, alcuna mediazione: l'autore non lesina in particolari raccapriccianti, in colpi sotto la cintura, in brutalità gratuite e intenzionali. Che sarebbe forse anche divertenti o quanto meno interessanti. Ma l'autore bara, giocando con la sensibilità del lettore, ponendo in primo pianno la drammatica e avvincente vicenda di questa aliena deforme in missione sul nostro pianeta, avvicinandola a chi legge, facendo scattare tutti i meccanismi di identificazione possibili per poi utilizzare la breccia aperta per limitarsi a far passare spudoratamente un messaggio da vegetariano integralista a scapito di tutte le potenzialità narrative che la vicenda poteva avere.

Paradossalmente il romanzo guadagna qualche punto nel finale, quando Faber abbandona il filone grottesco/raccapricciante per ritornare a raccontare la storia di Isserley. La scena del confronto con il figliodipapà ribelle è davvero notevole e la sua ultima uscita per le strade scozzesi non fa rimpiangere di essere arrivati in fondo al volume.

Ma ormai è tardi, che in definitiva l'impressione di essere presi in giro, con la conseguente irritazione e il fastidio che genera è la sensazione più forte che rimane a fine lettura.

postato da: IguanaJo alle ore 09:14 | Permalink | commenti
categoria:fantascienza, , einaudi, 2000, faber michel
venerdì, 19 maggio 2006

La chiave di volta è proprio quel “qualunque” che si trova nel titolo.
L'assassino non è un personaggio eccezionale, non è un epigono di Hannibal Lecter di raffinata cultura e gusti culinari, e anche se nel corso del romanzo la sua vita avrà un evoluzione di successo personale, sarà proprio il successo “qualunque” che ciascuno potrebbe ritagliarsi con un po' di accorta strategia.
Quello che sconvolge delle pagine non sono i delitti perpetrati, anche quando vengono descritti, ma l'assoluta possibilità che ciascuno di noi potrebbe finire come il protagonista.
Stiamo parlando di un pedofilo assassino di cui sin dalle prime pagine conosceremo nome e cognome e perfino la molla che lo induce poi a proseguire nella catena dei delitti.
E' una storia italiana, dove tutti sanno ma non si riesce a superare il muro di gomma, dove dovrebbe esserci giustizia ma...
L'autore, che è un poliziotto, lascia un messaggio che è allo stesso tempo fiducia nella giustizia ma anche di cinico disincanto, perché le stesse regole che la giustizia si da per evitare di essere senza controllo permettono anche a chi sa usarle a proprio vantaggio di sfuggire.
C'è dentro il nero di Ellroy, di sicuro, ma anche Henning Mankell e il grigio pessimismo del suo Commissario Wallander.
E se è vero come si dice che il poliziesco / noir è la migliore via per parlare delle nostra società, allora Un Assassino Qualunque di Piernicola Silvis, edito da Fazi, è la peggiore delle accuse a tutto il nostro sistema. Accusa senza appello, e senza speranza.
Da leggere.

postato da: Akmeno alle ore 02:42 | Permalink | commenti
categoria: , romanzi, noir, 2006, fazi, silvis piernicola
mercoledì, 29 marzo 2006

Paolo Agaraff è un autore collettivo.
Attualmente è composto da tre quasi quarantenni anconitani che condividono da anni la passione dei giochi di ruolo.
Il Sangue non è Acqua  (128 pagine, peQuod edizioni)  deriva proprio dai giochi di ruolo, ma affrancandosene in un certo senso.
Nato, a detta degli autori, come una storia da giocare ispirata agli incubi di Lovecraft, ha poi preso la mano agli autori e ai giocatori fino a diventare la seconda prova letteraria di questo collettivo. La prima era stata Le Rane di Ko Samui, un piccolo racconto lungo / romanzo breve pubblicato (come il Sangue) da peQuod.
Il romanzo, ambientato negli anni 30,  narra dei discendenti della famiglia Farricorto che vengono convocati in un isoletta nelle acque della Sardegna per poter ricevere l'eredità di uno zio scomparso da poco.
Ci saranno omicidi e sospetti, mostri e apparizioni inquietanti, fino alla conclusione che lascia un sorriso sardonico sulle labbra dopo 128 pagine ben scritte.
Qualche appunto tuttavia va fatto: la definizione dei personaggi alle volte appare sfocata, e ho sentito talvolta  il bisogno di un elenco dei nomi perchè ci si può perdere. Ma soprattutto la veste editoriale non aiuta, poichè essendoci degli inserti tratti da un diario non sempre si capisce al volo il passaggio dal presente al passato (situazione per cui sarebbe bastata una semplcissima soluzione tipografica: il corsivo).
Ma il piacere di leggere un romanzo thriller di taglio classico scritto da italiani resta immutato, anche per il tono che spesso diviene ironico e strizza l'occhio al lettore anche nella tipizzazione dei caratteri dei personaggi che offrono spunti di riflessione intriganti.

postato da: Akmeno alle ore 11:25 | Permalink | commenti
categoria: , romanzi, thriller, 2006, pequod, agaraff paolo