lunedì, 03 marzo 2008

Come accostarsi a un autore sul quale si è scritto di tutto? Un autore preso a modello dai suoi contemporanei e dalle generazioni successive, sul quale sono milano_nerastati scritti fior fiore di saggi critici, tesi di laurea e chissà quant'altro. Io come sempre arrivo buon ultimo, e senza pretesa di completezza. Seguendo il mio percorso di lettore caotico e onnivoro sono arrivato a questa antologia chiamata “La Milano nera”, curata Oreste del Buono. La selezione contiene i quattro romanzi della serie "Duca Lamberti", e le raccolte di racconti “Milano Calibro 9” e “I centodelitti”. Il tutto è introdotto da un racconto autobiografico intitolato “Io Vladimir Scerbanenco.”. Il filo conduttore dell'antologia è la città nella quale le storie sono ambientate. Milano anni '60. Una città che è protagonista tanto quanto i personaggi dei romanzi e dei racconti.
Scerbanenco nacque a Kiev, in Ucraina, nel 1911, da padre ucraino e madre italiana. Giungerà in Italia dopo la morte del padre. Interrotti gli studi per motivi finanziari, egli s’adatta ai mestieri più disparati (fresatore, magazziniere, fattorino) prima di cominciare a collaborare con dei periodici femminili, dapprima in qualità di correttore di bozze, poi come autore di racconti e romanzi rosa, campo nel quale ben presto diviene uno dei più quotati specialisti. La bibliografia è immensa, 82 romanzi, oltre 1.000 racconti, a punteggiare un percorso letterario che va dal 1933 al 1969, dai 22 ai 58 anni. I romanzi che più gli daranno la notorietà arrivano però quasi alla fine dell'enorme produzione letteraria di Scerbanenco, e quasi alla fine della sua vita. Infatti il primo romanzo del ciclo ossia “Venere Privata” è del 1966. L'ultimo è del 1969. In questi romanzi Duca Lamberti, un giovane medico radiato dall'Ordine e condannato al carcere per aver praticato l'eutanasia su una donna in agonia. Lamberti in seguito diventa una sorta di investigatore privato che collabora con la questura di via Fatebenefratelli a Milano, in particolare con il commissario di origini sarde Càrrua. La serie di Duca Lamberti, porta all'autore il grande successo, grazie alle molte versioni cinematografiche della stessa e ai riconoscimenti internazionali a lui assegnati , tra cui il prestigiosissimo Grand Prix de Litérature Policière francese, nel 1968.
Dicevo che Milano è co protagonista delle storie narrate in questo volume. Con le sue vie, il suo clima umido, la sua nebbia. Luoghi comuni? No, a Milano, talvolta, sorge il sole. Ma la Milano di Scerbanenco è anche una città che, negli anni '60, cresce oltre la sua capacità di razionalizzare. Cosmopolita suo malgrado. E dove si concentra tanta crescita, tante opportunità, è ovvio che si concentri anche l'anima nera. Dove c'è il meglio c'è anche il peggio. E' un dato di fatto. L'autore non tratta mai queste questioni con enfasi. Ma con tono sommesso. Pacato. Pur tuttavia non rifugge da crude descrizioni dei crimini, senza autocompiacimento o voglia di splatter gratuiti. E' certamente ancora un linguaggio che non conosce gli eccessi della nostra epoca, dove alla pochezza di quanto si ha da dire si sostituisce la ricerca dell'effettaccio fine a se stesso. Scerbanenco dice tanto dell'umanità milanese. E alla fine il suo tono sommesso risulta dirompente. Le trame poi sono sempre molto logiche. Era ancora un epoca nella quale l'intreccio non doveva essere inutilmente complicato. Non c'era bisogno di allungare il sugo con inutili sotto trame. Scerbanenco va diritto al punto. Il suo personaggio è paziente. Con metodo certosino parte dall'osservazione di ciò che sembra ovvio, e scopre invece che niente è mai quello che sembra. Le sue intuizioni non appaiono mai forzate, ma assolutamente logiche. Non troverete mai “pistole che entrano in scena e non sparano”. Non troverete mai personaggi e situazioni abbandonati a se stessi per mancanza di idee, o per semplice dimenticanza dell'autore.
Dire oltre delle trame dei romanzi significherebbe privarvi del piacere della scoperta. Mi fermo su questa soglia, perché ogni indagine come ogni lettura, comincia sempre al buio.

Giorgio Scerbanenco
La Milano nera di Scerbanenco (a cura di Oreste del Buono)
744 Pagine
Editore Garzanti Vallardi
Contiene:

  • Venere privata
  • Traditori di tutti
  • I ragazzi del massacro
  • I milanesi ammazzano al sabato
  • I racconti milanesi di Milano calibro 9 e Il centodelitti.

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venerdì, 14 settembre 2007
Questo post è trasversale. Vuole riassumere una serie di riflessioni suscitate dalla visione di due film e dalla lettura di un libro. I due film sono le pellicole biografiche che, nel 2006, sono state dedicate alla vita di TrumtornaImmagine.jspan Capote. Ma non a tutta la vita, ma solo a un momento particolare. Ossia la stesura del libro reportage "A sangue freddo". Quanto sia stato importatante nella vita di Capote quel periodo è testimoniato dal fatto che, dopo averlo scritto, di fatto Capote non ha potuto scrivere altro, tanto è stato devastato da quella esperienza.
La stesura del libro nasce infatti da un efferato fatto di cronaca, avvenuto nel 1959 nel Kansas. Una intera famiglia viene massacrata nella propria casa, da due rapinatori in cerca di un improbabile patrimonio nascosto. Il fatto ha vasta eco negli Stati Uniti, perchè avviene in una tranquilla cittadina rurale, Holcomb, nella ancora ingenua america degli anni '50. E colpisce l'attenzione di Capote, che si reca nel Kansas, assieme alla sua amica Harper Lee, per scrivere un reportage sulle reazioni degli abitanti della cittadina. Ma proprio mentre arriva a Holcomb i colpevoli vengono arrestati. Con tenacia Capote riesce ad avere un rapporto privilegiato con la polizia locale e a intervistare i due presunti assassini.  Dalle interviste nasce quindi un libro che va ben oltre il semplice reportage. In realtà "A sangue freddo" è avvincente come un romanzo, perchè sembra scritto come tale. "Un romanzo non di finzione" è stato definito. Sapere che è tutto reale accentua l'impatto sul lettore e fa comprendere quanto devastante e pesante sia stato lo scriverlo. Oltretutto Capote entra in sintonia intellettuale con uno dei criminali, Perry Smith, e le conseguenze di questo intenso rapporto saranno probabilmente la causa del successivo inaridirsi della vena creativa. Ogni pagina del romanzo è pregna della sofferenza creativa di Capote, e lascia il segno nel lettore. I due criminali verranno poi condannati a morte, e il reportage segue l'intera vicenda giudiziaria fino al suo epilogo, con dovizia di particolari.
I due film quindi raccontano l'intesità di quel periodo, mostrandoci prima lo spensierato e mondano Capote, e poi il sofferto scrittore.capote
Il primo dei due film "Capote: A sangue freddo", .è stato diretto da Bennett Miller, con Philip Seymour Hoffman nel ruolo dello scrittore. Per questa intepretazione Hoffman ha vinto l'Oscar. Sinceramente, quando l'ho visto la prima volta, ho avuto serie perplessità sulla riuscita dell'operazione. Il film è stilisticamente elegante. E' arricchito anche da un bel cast. Ma ho trovato la sua l'interpretazione veramente sopra le righe. Il film è molto concentrato sul suo istrionico personaggio, e si concentra più su i suoi tormenti interiori che sul rapporto con i personaggi. Fotografia e ricostruzione di ambiente sono ineccepibili, ma talvolta l'onnipresenza di Hoffman si mangia letteralmente il film.
Il secondo film "Infamous, una pessima reputazione", diretto da Douglas McGrath, e interpretato da Toby Jones è, a mio parere, più riuscito nella caratterizzazione dei personaggi. Mostra molto bene sia il Capote mondano, che gli sforzi dello stesso per entrare nelle grazie della piccola comunità, per riuscire a carpire le reazioni al fatto in modo più spontaneo. Questa interazione con gli altri personaggi è completamente assente nell'altro film. Poi riesce a entrare più in dettaglio nelle pieghe del rapporto con Perry Smith, alludendo più direttamente alla omosessualità di Capote, che nell'altro film era appena accennata. La recitazione di Toby Jones ha più senso della misura di quelle di Hoffmann, pur vincitore dell'Oscar.  Il cast è anche in questo film di ottimo livello. Forse il film è meno patinato del precedente dal punto di vista fotografico, ma complessivamente mi sembra più riuscito.
infamousIn generale penso che i due film siano complementari. E assolutamente complementari alla lettura del libro, che è una esperienza intensa anche per il lettore. Uno di quei picchi che ogni buon lettore deve affrontare, ma con un intenso allenamento preventivo. Perchè è un libro che non ti lascia per come ti trova, ma ti scava dentro le emozioni e i sentimenti più profondi.


Il libro:
Truman Capote: A Sangue Freddo
Cartonato pg.391 - Garzanti Libri - EAN: 9788811683117

I film:
Truman Capote: a sangue freddo
(Capote)
Un film di Bennett Miller. Con Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener, Clifton Collins Jr., Chris Cooper, Bruce Greenwood, Bob Balaban, Amy Ryan, Marshall Bell, Mark Pellegrino, Harry Nelken, Allie Mickelson, Araby Lockhart, Robert Huculak, R.D. Reid, Rob McLaughlin, Bruce Greenwood. Genere Biografico, colore 98 minuti. - Produzione USA 2005.

Infamous - Una pessima reputazione
(Infamous)
Un film di Douglas McGrath. Con Toby Jones, Sandra Bullock, Daniel Craig, Peter Bogdanovich, Jeff Daniels, Hope Davis, Gwyneth Paltrow, Isabella Rossellini, Juliet Stevenson, Sigourney Weaver. Genere Biografico, colore 110 minuti. - Produzione USA 2006.

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martedì, 07 marzo 2006

Jean-Marie Gustave Le Clézio
Il verbale
:duepunti edizioni


Adam Pollo si isola in una casa abbandonata e passa attraverso diverse metamorfosi: animale, vegetale, minerale.
Una ricerca di uno stato definitivo forse? La solita affannosa ricerca di un senso della vita? Forse. Il finale rivelerà il senso della ricerca? Certo il romanzo è più che ben scritto. Qui il concetto di bella scrittura è superato. Si va oltre questi schemi. Così come il protagonista si destruttura e ristruttura continuamente, nel tentativo di darsi una forma definitiva, anche il linguaggio e la forma del romanzo si destrutturano e si ristrutturano. L'autore non ha paura, nel suo romanzo di esordio del 1963, di confrontarsi con i grandi innovatori del romanzo moderno, primo fra tutti Joyce. Anni e anni separano i due romanzieri. Ma li unisce il filo rosso di una volontà di riscrittura delle regole della forma narrativa e di negazione delle strutture e delle forme consolidate.
Jean-Marie Gustave Le Clézio è uno scrittore francese poco noto in Italia, nato a Nizza nel 1940, ed è un protagonista assoluto della scena letteraria francese contemporanea. Romanziere, narratore, saggista, Le Clézio esordisce nel periodo del noveau roman francese, ma se ne distacca con una ricerca stilistica assolutamente originale. In questo romanzo di alienazione dalla società moderna, l'autore inserisce anche il suo profondo amore per la natura nelle sue svariate forme.
L'edizione che recupera questo suo primo romanzo è prestigiosa e ben curata. Nell'introduzione troviamo la lettera con la quale l'autore presenta il manoscritto. Una lettera che sembra contenere tutto quello che NON si dovrebbe mettere in una lettera introduttiva. Tutto quello che improvvisati insegnanti ci dicono di non inserire, dalle scuse per non aver trovato una forma compiuta a quelle per i refusi eventualmente presenti.
Segno che alla fine in letteratura vincono sempre le buone idee a dispetto di tutti i tecnicismi.
Emanuele Manco
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