domenica, 05 marzo 2006

“Vedo un futuro in cui un giorno gli uomini come le donne porteranno il chador, o forse anche il burka, come uno strumento per difendere la propria privacy”.Pat Cadigan a Interaction, la Worldcon 2005 

 

C’è tutta Pat Cadigan in questa frase: la provocazione, il femminismo egualitario, l’orrore per la “società della sorveglianza”. 

 

La “regina del cyberpunk”, come è stata definita non a torto dal Guardian, ama stare in mezzo ai “sudditi”, a quel che in gergo fantascientifico si chiama fandom, ammette di partecipare a tutte le convention possibili, e quindi intervistarla non è difficile, vista la disponibilità, ma inevitabilmente frammentario: devi inseguirla a destra e a manca, evitando di infastidire i fan che arrivano per farsi firmare una copia di un suo romanzo o anche solo per scambiare quattro chiacchiere. E non sempre è facile tenere il filo del discorso fra tante interruzioni.

 

Siamo a Glasgow, alla Worldcon, la convention mondiale di fantascienza che sbarca in Europa solo una volta ogni dieci anni. Le sono andata incontro all’uscita da un panel sugli eroi che non hanno mai famiglia, dove in realtà tutti – pubblico incluso – han fatto a gara per dimostrare quanto la loro vita familiare sia avventurosa ed eroica, mentre di fantascienza si è parlato ben poco. Anche qui, però, la Cadigan non ha perso l’occasione di sfoderare il suo carattere irriverente: a una fan che le faceva notare che qualunque esperienza può essere eccitante se vissuta nel modo giusto, compreso fare il bucato, lei ha ribattuto: “L’ultima volta che è stato eccitante fare il bucato a casa mia, qualcuno ha divorziato”.

 

Stessa irriverenza e stessa ironia dei suoi romanzi, MindplayersSintetizzatori umani i più famosi, con protagonisti rigorosamente femminili. Per un genere, il cyberpunk appunto, che è stato bollato di conservatorismo e maschilismo. 

 

“È una cosa che mi facevano notare tutti – mi racconta tra un autografo e l’altro nella Dealers’ room, il salone dei banchetti di libri, gadget, bigiotteria e quant’altro, – e ciascuno aveva le sue ragioni per crederlo. Il fatto è che il cyberpunk turbava molti, perché era apparso come un fulmine a ciel sereno. La fantascienza è un campo che ha una certa tradizione, e il cyberpunk non si inseriva in nessuna tradizione particolare. Perciò inizialmente ci fu una certa resistenza. Molti non lo capivano, e tentavano di invalidarlo in modi diversi, e uno di questi era: ‘Sono tutti uomini’. Ai tempi non ero molto nota, e avevo un nome ambiguo, quindi per loro erano tutti uomini. C’è poi invece chi mi conosceva ma sosteneva che la sola ragione per cui stavo con loro era perché ero loro amica. Ma è anche vero che a quell’epoca non c’erano altre donne che scrivessero le stesse cose, e nello stesso modo. Solo ora sto cominciando a vedere venir fuori lavori di quel tipo fatti da autrici. C’è per esempio Tricia Sullivan, e i suoi due ultimi romanzi, Maul e l’ultimo Double vision, non sono esattamente cyberpunk, non sono qualcosa che sarebbe stato possibile pubblicare vent’anni fa, ma hanno lo stesso spirito”.

Cyberpunk femminista? Quanto teorizzato nei primi anni Novanta da Donna Haraway nel suo Manifesto Cyborg, la Cadigan l’aveva applicato in piena era reaganiana. La stessa epoca in cui la canadese Margaret Atwood aveva ambientato il suo romanzo Il racconto dell’ancella in una distopia teocratica con molti punti in comune con il 1984 di Orwell, ma dove a pagarne le conseguenze peggiori erano proprio le donne.

“È stato proprio il reaganismo a stimolare e istigare il movimento cyberpunk – ricorda ancora la scrittrice –. Tutti noi, da punti di vista diversi, volevamo reagire contro quel genere di cose. È un po’ difficile da spiegare, perché è un fenomeno molto americano. Reagivamo contro la scienza per soli uomini, lo spazio per soli uomini, tutti gli scienziati erano uomini, tutti gli astronauti erano uomini, salutavano le loro mogli con un bacio e via. Nella fantascienza mancava la carica estrapolativa, si prendeva l’ordine sociale comunemente accettato e lo si proiettava così com’era nel futuro. La fantascienza era molto miope da quel punto di vista. L’esempio che mi viene subito in mente è Soylent Green, il film basato sul romanzo Largo! Largo! di Harry Harrison. C’è un futuro sovraffollato, le risorse scarseggiano e nell’ordine sociale le donne sono considerate come dei mobili. Wow! Che futuro era questo? E su quale pianeta avveniva? Insomma, quel che molta fantascienza non aveva colto erano gli effetti del controllo delle nascite e del cambiamento dei ruoli per le donne. La maggior parte della fantascienza non l’aveva colto per nulla”.  

Ma, obietto io, lei l’ha colto molto meglio dei suoi colleghi cyberpunk maschi. “Mi piace crederlo”, risponde con un sorriso soddisfatto. Perchè, mi ha spiegato prima, lei si considera tutt’ora una femminista: “Ma vorrei vivere in un mondo dove la parola ‘femminista’ abbia lo stesso senso di ‘suffragette’, le donne che lottavano per avere il diritto di voto. È questo il mio sogno per il femminismo, piuttosto evoluzionista. Per cambiare le cose ci vuole molto tempo. Fra un secolo il mondo potrebbe essere ancora più o meno riconoscibile per le persone che ci vivono ora, in termini di cambiamento dell’ordine o dei ruoli sociali, e cose del genere. Posso immaginare il futuro. Per esempio, l’America – ed è qualcosa su cui sto lavorando nelle mie opere – sta diventando una società sotto sorveglianza, ci sono videocamere dappertutto, e anche a Londra, dove vivo, ci sono videocamere per poter seguire la gente”. È a questo punto che parla del chador come di un possibile modo, nel futuro, per difendere la propria privacy, contrariamente alla convinzione comune delle donne occidentali che lo vedono come un simbolo d’oppressione. E aggiunge: “Molte mie amiche musulmane considerano il chador liberatorio. Lo indossi e non devi più sforzarti di piacere agli uomini, per esempio”. 

 

Femminismo, sorveglianza, ma anche comunicazione: ecco il terzo elemento irrinunciabile se si vuole scrivere fantascienza oggi: “Quando scrivo di un futuro prossimo, diciamo fra cinquant’anni, un’altra cosa che devo tenere in mente sono le comunicazioni. Perché se scrivessi un racconto mainstream in cui il telefono non esiste, anche se non dicessi mai che non esiste una cosa del genere, il lettore lo percepirebbe nel modo in cui le persone agiscono e parlano le une con le altre, e questo accade anche nella fantascienza. Penso che potrei tralasciare qualunque altra cosa, ma non posso assolutamente tralasciare questo aspetto”.

postato da: falena71 alle ore 14:21 | Permalink | commenti (2)
categoria:interviste, fantascienza, cyberpunk, femminismo, 2005, cadigan pat