venerdì, 15 dicembre 2006

CriminiNon sono un assiduo lettore di noir, ma quando me ne capitano di buoni li leggo sempre con piacere. Così sono stato contento di ricevere in regalo questa Crimini, antologia di nove racconti dei più celebri autori italiani, occasione per riavvicinarmi a qualche vecchia conoscenza e per mettere alla prova qualche nome dal quale finora mi ero tenuto lontano, per diffidenza o semplicemente perché non si può leggere tutto. Ecco com’è andata.

Sei il mio Tesoro è stato scritto da Niccolò Ammaniti in coppia con l’esordiente Antonio Manzini, ma è comunque stilisticamente indistinguibile dai suoi racconti più noti del genere pulp. Parla di un chirurgo plastico ricco, drogato e disonesto, che finisce in galera e, dal momento in cui ne esce, tenta in tutti i modi di recuperare un sacchetto di droga dall’improbabile nascondiglio che ha escogitato per non farselo sequestrare. Io sono parziale: Ammaniti mi piace molto, anche (e forse soprattutto) quando va sopra le righe. In questo racconto la sospensione dell’incredulità del lettore è messa a dura prova, ma lui è sempre così divertente, così sarcastico, così bravo nel rappresentare i nostri vizi con il massimo di assurdità possibile, che ci si passa sopra volentieri. Un bel racconto di quelli che non si dimenticano.

Morte di un confidente di Massimo Carlotto è scritto nel consueto stile scabro e diretto di quest’ultimo. È un poliziesco decisamente classico, con un poliziotto in crisi matrimoniale che si ritrova personalmente coinvolto in un’indagine a causa della morte di una collega. Mi è piaciuta l’ambientazione veneta e la descrizione molto convincente dei rapporti personali all’interno della polizia e della malavita. Il racconto risulta però alquanto dispersivo: vengono introdotti molti temi, ma nessuno viene sviluppato fino in fondo, e quando si conclude non si capisce bene dove volesse andare a parare. C'è inoltre una veniale incongruenza: per comunicare con un informatore, il protagonista ha un codice basato sul numero di squilli di una chiamata. Ma avete mai provato a contare gli squilli usando un cellulare? E'impossibile.

Il covo di Teresa di Diego De Silva racconta di un’attempata signora che si ritrova a ospitare un terrorista nel proprio appartamento. È una bella storia di sentimenti, toccante e convincente, uno dei racconti che mi sono piaciuti di più.

L’ospite d’onore di Giorgio Faletti è l’unico racconto del mazzo che mi sia veramente dispiaciuto. Racconta di un giornalista alla ricerca di un celebre personaggio televisivo misteriosamente scomparso. È scritto in uno stile forzatamente brillante, con una battuta spiritosa a ogni frase, che dopo qualche pagina suona falso come i dialoghi di una sit-com. Tra l’altro non si risparmiano grevi ironie a un personaggio colpevole solo di essere gay. L’ambientazione è un’isola tropicale di cui non ci importa assolutamente nulla. Alla fine l’autore non si preoccupa neppure di dirci l’unico dettaglio della storia che potrebbe interessarci (il protagonista rivelerà al giornale l’ubicazione del personaggio o, data la piega che hanno preso gli eventi, la terrà per sé?), ma imbastisce un finale soprannaturale assolutamente campato in aria, che non inquieta, non dice nulla sui personaggi, non vuol dire niente. Un racconto vacuo e pretenzioso. Finora mi ero tenuto lontano dai romanzoni da tre milioni di copie di Faletti, e a questo punto penso proprio che non li leggerò mai.

L’ultima battuta di Sandrone Dazieri è il mio preferito in assoluto. Parla di un ex-cabarettista che cerca di scagionare un’amica dall’accusa di avere ammazzato il suo socio di un tempo. Nulla di particolarmente nuovo, ma l’ambientazione nel giro del cabaret milanese è interessante e credibilissima, e il modo in cui gradatamente viene fuori tutto il passato del protagonista è da manuale. L’unica pecca, secondo me, sta nel finale: il tentato omicidio finale è immotivatamente goffo, e non è chiaro come e perché il protagonista riesca a scamparla. Ma il risultato è comunque più che buono.

Troppi Equivoci ci dà un Andrea Camilleri diverso dal solito: stile molto secco e personaggi poco caratterizzati, tutto il contrario di come ci ha abituato. Il racconto parla delle terribili conseguenze di uno scambio di persona dovuto a uno scherzo. Camilleri solitamente mi piace molto, ma qui non mi ha convinto: questo sembra più un abbozzo di sceneggiatura che un racconto, e non si capisce bene perché l’autore abbia scelto di raccontare questa storia.

Quello che manca di Marcello Fois è un classico giallo poliziesco, con un omicidio e un commissario che indaga. È interessante il tentativo di introdurre un sottotesto politico, però la trama è un po’ troppo esile, e il finale è troppo brusco e poco credibile: possibile che il colpevole sia così fesso?

Il bambino rapito dalla Befana di Giancarlo De Cataldo è, come lascia intuire il titolo, una favola noir, che narra dell’anomalo sequestro-lampo di un bambino. Personalmente avrei preferito un po’ più di cattiveria rispetto a un racconto in cui i cattivi muoiono e i buoni vivono felici e contenti, però De Cataldo è un bravo affabulatore, e il racconto si legge con piacere.

Infine, Il terzo sparo di Carlo Lucarelli narra di una poliziotta cui nasce un sospetto su un collega, e che per averlo rivelato viene a trovarsi in una situazione difficile e pericolosa. Ogni volta che leggo una storia di Lucarelli rimango stupito di come la sua narrativa si basi su meccanismi semplici, scontati ed evidenti, eppure nonostante questo riesca a funzionare così bene. Questo racconto è pieno di suspense e all’altezza delle sue cose migliori. L’unica cosa che mi convince poco di lui sono i suoi finali, che spesso sembrano non tenere conto di come gira la realtà. Questo racconto non fa eccezione: l’autore ci dice trionfante che la protagonista riesce a cavarsela ma, a mio avviso, nella situazione in cui Lucarelli la lascia la aspetta un’indagine per omicidio, con buone possibilità di essere giudicata colpevole...

Nel complesso il mio giudizio è più che buono: Faletti a parte, tutti i racconti si leggono volentieri. Probabilmente non ci sono capolavori, ma quasi tutti sono più che discreti. Un piacevole intrattenimento, e un modo per mettere a confronto il meglio del noir italiano (manca solo Biondillo...), una scena che si conferma solida. Magari fosse possibile mettere insieme un’antologia di questo calibro con gli autori di fantascienza italiani...

Questa recensione appare anche sul mio blog.

lunedì, 27 novembre 2006
(pubblicato in origine sull'Iguana blog il 26/10/2006)


Picture by .:artemisia:..
Ormai è passato qualche tempo dalla lettura di Sotto la pelle di Michel Faber, ma non avevo ancora avuto modo di buttar giù queste righe sull'impressione che mi ha lasciato.

Diciamolo subito: per due terzi abbondanti del romanzo la sensazione che è andata via via aumentando, è stata quella di trovarsi di fronte a una ciofeca, un romanzo fastidioso nella sua furbizia, nella sua prevedibilità, nell'uso smodato del colpo basso per colpire il lettore allo stomaco. Irritazione è la parola che più definisce il mio rapporto con il libro.

Faber sa scrivere, non c'è dubbio. I personaggi che tratteggia raggiungono sempre un realismo tridimensionale. Le varie scene che compongono la vicenda sono ben delineate, avvincenti e credibili.
Ma allora cos'è che non funziona nel romanzo?
Due cose fondamentalmente: la credibilità globale della vicenda e l'intento smaccatamente pedagogico del romanzo.

Man mano che si procede nella storia la credibilità si perde in mille dettagli francamente incomprensibile alla luce del realismo cercato (disperatamente ?) dall'autore. La vicenda si svolge nel nord della Scozia, da almeno un paio d'anni Isserley, l'aliena protagonista del romanzo, fa sparire in media un autostoppista al giorno. Chi è stato da quelle parti sa quanto poco siano frequentate quelle lande, quindi mi aspetto che se un migliaio di persone scompare un minimo di allarme dovrebbe crearsi.
E invece zero.

Ma andiamo avanti.
La società aliena descritta nel romanzo è totalmente, drammaticamente, tragicamente umana nelle sue basi costituenti: i rapporti tra i sessi, tra le classi sociali, l'economia, la stessa forma mentis, tutto è tremendamente e incredibilmente umano. Non so come la pensate voi, ma per me non ha molto senso. Soprattutto per il rapporto con gli umani che caratterizza la loro presenza sul pianeta.
In effetti una delle cose che maggiormente rimprovero all'autore è l'incapacità di utilizzare e sfruttare appieno i canoni fantascientifici di cui approfitta abbondantemente per limitarsi invece a imbastire un pamplet moralista con l'ovvio scopo di convertire quel carnivoro di un lettore.
Perché questo è il fulcro del romanzo: la trasformazione degli esseri umani in carne da macello. E l'ovvia metafora tra la condizione degli umani nel romanzo e quella del bestiame che noi alleviamo è sin troppo trasparente. Ma non c'è alcuna finezza, alcuna mediazione: l'autore non lesina in particolari raccapriccianti, in colpi sotto la cintura, in brutalità gratuite e intenzionali. Che sarebbe forse anche divertenti o quanto meno interessanti. Ma l'autore bara, giocando con la sensibilità del lettore, ponendo in primo pianno la drammatica e avvincente vicenda di questa aliena deforme in missione sul nostro pianeta, avvicinandola a chi legge, facendo scattare tutti i meccanismi di identificazione possibili per poi utilizzare la breccia aperta per limitarsi a far passare spudoratamente un messaggio da vegetariano integralista a scapito di tutte le potenzialità narrative che la vicenda poteva avere.

Paradossalmente il romanzo guadagna qualche punto nel finale, quando Faber abbandona il filone grottesco/raccapricciante per ritornare a raccontare la storia di Isserley. La scena del confronto con il figliodipapà ribelle è davvero notevole e la sua ultima uscita per le strade scozzesi non fa rimpiangere di essere arrivati in fondo al volume.

Ma ormai è tardi, che in definitiva l'impressione di essere presi in giro, con la conseguente irritazione e il fastidio che genera è la sensazione più forte che rimane a fine lettura.

postato da: IguanaJo alle ore 09:14 | Permalink | commenti
categoria:fantascienza, , einaudi, 2000, faber michel
giovedì, 23 marzo 2006

I fuochi d'artificio, tanto decantati da uno dei personaggi, costituiscono a mio avviso la metafora più adatta a descrivere lo stile e la trama di questo romanzo: miriadi di personaggi come gocce di luce, capitoli come girandole infuocate, colpi di scena come botti di Capodanno...

Anno del Signore 1954: ex partigiani, servizi segreti, un intero bar di Bologna, Cary Grant, narcotrafficanti, frequentatori abituali di balere, Tito, un televisore McGuffin; questa è una breve panoramica dei protagonisti di questa vicenda intricata, nella quale le storie private si intrecciano con la Storia, le cose piccolissime di tutti i giorni influiscono su quelle enormi che cambiano il mondo e viceversa. Il tutto ambientato in un'Italia, un'Europa, un mondo che hanno alle spalle due guerre mondiali, con tutto quel che ne è seguito.

Non ho potuto fare a meno di adorare, ancora una volta, Cary Grant e le sue avventure; ho trpidato per la sorte del McGuffin; ho seguito i piccioni viaggiatori nel loro andirivieni per l'Europa; nel personaggio di Tito ho cercato qualche attinenza con quello che ricordavo dei racconti dei profughi che assistevo durante la guerra nell'ex-Jugoslavia; ho sognato una situazione fantapolitica in cui il dopoguerra in Italia fosse stato tutto diverso.

Insomma, questo libro mi ha fatto rimanere a naso in su, sospesa e affascinata fino alla fine, come un abbagliante spettacolo pirotecnico.

Wu Ming, 54, Einaudi Torino 2002

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postato da: Amhran alle ore 11:19 | Permalink | commenti
categoria:wu ming, 2002, einaudi
giovedì, 02 marzo 2006

Metti che trovi un libro che cresce con te, di quelli che ti vien voglia di regalarli alle persone importanti, perché condividano un pezzo di strada con te. Ho incontrato Lo Stralisco un sacco di anni fa; sta ancora camminando con me e continuo a regalarlo.

In una Turchia antica e fantastica vive un bambino affetto da una rara malattia, che gli impedisce di godere dell'aria aperta e della luce del sole. Suo padre, ricco signore delle Terre del Nord, chiama un famoso pittore da una regione lontana per fargli affrescare le stanze del piccolo Madurer. Insieme, il bambino e il pittore iniziano un progetto grandioso: rappresentare sulle pareti colori e forme del mondo, della vita.

Sono numerosi gli episodi, le immagini che questo racconto mi ha lasciato: l'emozione di Madurer mentre Sakumat, il pittore, traccia la linea leggera del profilo del mare; la descrizione del susseguirsi delle stagioni sul prato; la pianta-lucciola Stralisco, che brilla nelle notti stellate...

Mentre la malattia di Madurer si aggrava i due amici arrivano, poco a poco, a raffigurare e comprendere nei loro dipinti il trascorrere del tempo, il mutamento, la morte attraverso delicate metafore poetiche e struggenti.

La scrittura di Piumini è intensamente pittorica, racconta storie principalmente attraverso immagini; proprio questa caratteristica riesce a rendere la narrazione de Lo Stralisco particolarmente evocativa.

Lo Stralisco, Roberto Piumini, Einaudi 1987

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postato da: Amhran alle ore 18:35 | Permalink | commenti (2)
categoria:ragazzi, romanzi, einaudi, piumini roberto, 1980-1990