mercoledì, 23 maggio 2007

Che io di solito non recensisco un autore che non conosco bene, perché potrei sempre aver letto l'unica cosa che vale la pena di leggere e sputtanarmi in lodi sperticate per uno che non vale, tutto sommato, una cicca.

Però con questo Licalzi voglio rischiare, perché ho letto - a distanza di tempo l'uno dall'altro e in momenti diversissimi tra loro - due dei suoi libri e, due su due, mi sono piaciuti. Non per gli stessi motivi, tra l'altro.

Il primo libro che ho letto, Il privilegio di essere un guru, mi ha fatto sbellicare dalle risa: un'avventura scanzonata che ha come protagonista un infermiere sciupafemmine che è nato lo stesso giorno mese anno di Tom Cruise e che, per conquistare una donna che gliel'avrebbe data dopo dieci minuti, passa mesi e mesi a fingere di essere un vegetariano convinto, un animalista accanito, un guru della new age, insomma. Il tutto reso ancora più esilarante dai racconti della mia amica Frà, che abbraccia gli alberi per davvero, e per davvero si è trovata ad un corso di yoga a fare come la balena quando sfiata: pppuff...

Insomma, un libro apparentemente sciocchino ma in fondo divertente e intelligente.

Poi - galeotta fu l'amica Frà di cui sopra - a distanza di più di un anno mi capita di leggere Non so, del medesimo autore. Mi aspettavo una cosa sulla falsariga dell'altro, e invece mi sono trovata davanti un libro tenero, a tratti malinconico, tutto sommato mai banale anche se il protagonista, un trentenne un po' indeciso se la sua vita (moglie, figlio, impiego in banca) gli piaccia davvero o no, potrebbe sembrare un'icona dei nostri tempi tanto da diventarne una macchietta. Ma il buon Licalzi riesce sempre a trovare qualcosa di più. O forse sono solo io, che qua e là mi sono ritrovata di fronte alle stesse riflessioni, alle medesime incertezze, al bivio che non sai che strada prendere ma poi insomma in qualche maniera va e poi pensi che è così che doveva andare e te ne fai una ragione, anzi, ne sei felice, guarda.

Per concludere: a mio parere vale la pena di leggerlo, 'sto ragazzo, quindi continuerò fiduciosa con i suoi libri. Sperando di non aver letto le uniche due cose sue che vale la pena di leggere... ;-)

Ho pubblicato questa recensione anche sul mio blog

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venerdì, 19 maggio 2006

La chiave di volta è proprio quel “qualunque” che si trova nel titolo.
L'assassino non è un personaggio eccezionale, non è un epigono di Hannibal Lecter di raffinata cultura e gusti culinari, e anche se nel corso del romanzo la sua vita avrà un evoluzione di successo personale, sarà proprio il successo “qualunque” che ciascuno potrebbe ritagliarsi con un po' di accorta strategia.
Quello che sconvolge delle pagine non sono i delitti perpetrati, anche quando vengono descritti, ma l'assoluta possibilità che ciascuno di noi potrebbe finire come il protagonista.
Stiamo parlando di un pedofilo assassino di cui sin dalle prime pagine conosceremo nome e cognome e perfino la molla che lo induce poi a proseguire nella catena dei delitti.
E' una storia italiana, dove tutti sanno ma non si riesce a superare il muro di gomma, dove dovrebbe esserci giustizia ma...
L'autore, che è un poliziotto, lascia un messaggio che è allo stesso tempo fiducia nella giustizia ma anche di cinico disincanto, perché le stesse regole che la giustizia si da per evitare di essere senza controllo permettono anche a chi sa usarle a proprio vantaggio di sfuggire.
C'è dentro il nero di Ellroy, di sicuro, ma anche Henning Mankell e il grigio pessimismo del suo Commissario Wallander.
E se è vero come si dice che il poliziesco / noir è la migliore via per parlare delle nostra società, allora Un Assassino Qualunque di Piernicola Silvis, edito da Fazi, è la peggiore delle accuse a tutto il nostro sistema. Accusa senza appello, e senza speranza.
Da leggere.

postato da: Akmeno alle ore 02:42 | Permalink | commenti
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