categoria:interviste, turchia, gürsel nedim
La casa di Lino Aldani non ha nulla delle scomode baracche in cui sopravvivono i suoi personaggi in Quando le radici. Il cancello rosso si apre su un viale alberato che termina su una rotonda fiorita. La casa è grande per due persone, e confortevole. Ma si trova in piena campagna, lungo una strada isolata dal comune vicino a Pavia, nel nord Italia, a cui appartiene amministrativamente.Perché il decano della fantascienza italiana non concepisce più “la vita in verticale”, dice. E questo da molti, moltissimi anni. Aldani è nato qui, in questo paesino che si chiama San Cipriano Po. Era stato concepito - “impastato” dice lui - a Roma, ma i suoi genitori, che allora vivevano nella capitale, decisero di farlo nascere qui, dove trascorse i primi 40 giorni della sua vita.A Roma visse invece i suoi primi 42 anni, e ne conserva un ricordo molto affettuoso. Che cosa faceva a Roma?, gli chiedo.
«Aspettavo. Crescevo. Su Villa Borghese ho scritto un gran bel racconto, “Aria di Roma andalusa”, che è stato pubblicato nel mio penultimo libro.
«Eh sì, perché ogni tanto mi torna in mente Roma. Non c’è più quella Roma lì. Io ricordo Roma com’era una volta, ho nostalgia di Roma come l’ho lasciata io, che pure era già invivibile per il traffico».
Ma a un certo punto la Città Eterna diventò troppo invivibile. «A Roma non si poteva vivere più. Ho raccontato tutto abbastanza dettagliatamente in tutto quello che ho scritto. Roma era diventata un caos, penso come Milano oggi. No, la metropoli no», conclude scuotendo la testa come in una supplica.
E allora, decise di tornare al paesello. «Questo era un campo di mais - racconta con orgoglio e autoironia al tempo stesso. - Le piante le ho messe io, la casa l’ho costruita io, me la sono disegnata io come piaceva a me. E l’ho sbagliata tutta».
Ma nel frattempo, prima di trasferirsi, era avvenuto l’incontro con la fantascienza.
«Insegnavo, e davo anche qualche lezione privata. Durante una di queste lezioni uno studente guardò alle mie spalle, dove c’era uno scaffale pieno di Urania. “Lei legge Urania?”, mi chiese. “Mah, sì…”. Allora cominciammo a parlare di fantascienza, e una volta mi fece vedere un numero di Oltre il Cielo. Lui aspirava a scrivere sulla rivista, e un giorno mi portò alla redazione di Oltre il Cielo, dove conobbi il Falessi».
Cesare Falessi e Oltre il Cielo, due nomi non del tutto sconosciuti in Francia. Vittorio Catani, su Delos (nella sua rubrica intitolata, guarda caso, “Quando le radici”), ne parla così: «Correvano gli anni Cinquanta: la science fiction in Italia era “fatta” da Urania, da I Romanzi del Cosmo (ed. Ponzoni), e dal quindicinale Oltre il Cielo (…). Oltre il Cielo (…) si presentava in modo insolito per più d’un motivo: era in formato grande (33,5 x 24,5), che consentiva la pubblicazione di foto, disegni e grafici; e benchè dedicata alla nascente scienza astronautica aveva il coraggio (e la lungimiranza) di abbinare una sezione fissa riguardante la fantascienza, solitamente scritta da italiani. (…) Sui 155 numeri di “OiC” scrissero Lino Aldani (che come “N.L. Janda” cominciò a presentarvi alcune delle sue storie poi divenute più celebri), Renato Pestriniero, Maurizio Viano, Giovanna Cecchini, Piero Prosperi, Ugo Malaguti, Gianfranco de Turris, Sandro Sandrelli, Giulio Raiola, tantissimi altri… e Cesare Falessi, appunto, che con Armando Silvestri fu il fondatore della rivista, e ne fu anche direttore dal 1957 al 1961. (…) Fra il ‘58 e il ‘61 [Falessi] diresse anche una edizione francese di “OiC”, Au-delà du Ciel; le due testate gemelle vendevano insieme circa duecentomila copie, per cui - come ha notato Domenico Cammarota ne I mondi del possibile (Fanucci, 1983) - “in alcuni periodi Oltre il Cielo è stata la rivista più diffusa nel mondo”: una storia che ha dell’incredibile e che attesta quanta vitalità racchiudesse quella testata. Falessi ci ha recentemente narrato che Au-delà du Ciel riuscì ad aggregare anche in Francia (come l’edizione italiana in Italia) un folto gruppo di scrittori locali, molti dei quali poi divennero i beniamini del pubblico francese. La rivista suscitò l’ammirazione di Jean Cocteau, letterato tra i maggiori del Novecento: Cocteau scrisse in redazione una lunga lettera in cui dichiarava che su quelle pagine aveva ritrovato realizzati alcuni sogni della sua giovinezza».
Ed ecco come Aldani descrive “il Falessi”, come lo chiama lui: «Un marziano. Un uomo alto un metro e 92. Mi sono preso paura, mi sono creduto sbarcato in mezzo ai marziani, e allora quando mi disse “Provi un po’ a scrivere qui?”, ho scritto subito un racconto umoristico, un racconto grottesco, satirico, dove prendevo in giro la fantascienza stessa. I primi tre-quattro racconti che ho scritto son tutti racconti umoristici. E poi sempre il Falessi mi disse: “Ma perché non provi a scrivere qualcosa di più serio?”. E allora cominciai, e per un anno e mezzo-due anni fui assiduo su Oltre il Cielo.
«Poi naturalmente non doveva durare molto, perché Oltre il Cielo era una rivista di razzi, di missili e voleva i racconti spaziali, sempre con le astronavi… Io avevo sì un certo interesse per queste cose, ma propendevo già per la cosiddetta fantascienza sociologica, e allora era un po’ difficile pubblicare su Oltre il Cielo, e così sono venuto via».
Dopo di che? «Dopo di che, siccome l’appetito vien mangiando, cioè la presunzione viene crescendo, t’accorgi che quello che hai fatto non è stato calpestato, deriso, ma apprezzato, allora dici “perché non facciamo un altro passo, un altro salto di qualità?”».
E fu così che partì l’avventura di Futuro. La prima copia della rivista di fantascienza curata da Lino Aldani, Massimo Lo Jacono e Giulio Raiola, ci ricorda sempre Catani, uscì nel 1963: «Si trattava di un’iniziativa nuova, intenzionata ad aprire un serio spazio agli scrittori italiani e - come veniva precisato nell’editoriale - ad “offrire una narrativa apprezzabile di per sé, prima ancora che per la suspence del suo modulo fantascientifico”. Futuro, insomma, si proponeva anzitutto come rivista letteraria; e tale si mantenne fino al suo ottavo numero, l’ultimo. L’esperienza editoriale durò solo un anno e mezzo, ma ha lasciato una profonda traccia nella memoria della fantascienza di casa nostra».
E perché durò solo un anno e mezzo ce lo spiega lo stesso Aldani: «Io e Lo Jacono eravamo due ragazzi ingenui. Siamo capitati con lo stesso distributore di Galassia, il quale si prese in consegna le 20 mila copie… sì, 20 mila copie, perché da stupidi abbiamo dato retta al tipografo che, naturalmente, ci aveva detto: “fatene tante copie, tanto le prende il distributore”. E questo distributore prese 20 mila copie e non le distribuì, cioè si comportò praticamente come si comportano la maggior parte dei distributori, che prendono le copie e danno 100 copie a quest’edicola e 0 copie a tutte le altre edicole, e la tiratura così viene distribuita, ma non capillarmente.
«Allora cambiammo distributore. Il secondo ci distribuì qualche numero e poi fallì.
«Fallì e noi dovevamo rientrare del capitale impiegato, invece non se ne fece niente, e così finì l’avventura di Futuro: all’ottavo numero chiuse i battenti.
«E ciononostante non ci siamo demoralizzati, almeno io non mi sono demoralizzato. Lo Jacono non ha più scritto, non ha più fatto niente, io invece poi sono riuscito a farmi pubblicare da qualche editore: Feltrinelli, Garzanti… ma sempre per antologie, collaborazioni…».
Però, da quel punto, dice l’autore, «c’è stato un gran buco, che è durato diversi anni. Sono stato fermo. Sì, sono stato fermo, tant’è vero che avevo scritto i primi dieci capitoli del romanzo Quando le radici, a Roma, e poi m’ero fermato. E l’ho ripreso quando son venuto qui».
Un buco interrotto però da un episodio rievocato, con gli occhi rilucenti orgoglio, da Mirella, la frizzante moglie di Lino. Lasciamo la parola alla coppia.
Mirella: « E del premio a Trieste ne hai parlato?»
Lino: «Ecco, nel buco che c’è stato…».
M.: «Nel ‘70»
L.: «Nel ‘70, sì, nel ‘70. A Trieste, in occasione del festival, c’era un concorso».
M.: «Per uno sceneggiato televisivo, indetto proprio dalla Rai»
L.: «No, no, non era la Rai, era indetto dal festival di Trieste, la Rai è subentrata dopo. C’era una gran bella giuria, la giuria era magnifica. C’era Umberto Eco… »
M.: «Lui non voleva partecipare perché era un momento in cui non produceva, e invece io l’ho spinto a farlo perché c’era un racconto che poteva benissimo esssere sistemato in poco tempo, con poche modifiche. E infatti dietro il mio pungolo l’ha mandato e ha vinto il primo premio».
L.: «Sì, e dopo un anno dovevano farci un film, con Nelo Risi, il fratello di Dino Risi, il poeta. Ma non se n’è fatto niente, perché questo regista stava in Abissinia a dirigere gli esterni di “Une saison en enfer” di Rimbaud, e sa come succedono le cose nel mondo del cinema. Si è entusiasti poi tutto finisce in niente».
La conversazione è interrotta per un attimo dall’arrivo del nipotino. Lino Aldani è spesso dipinto come un burbero. Certo, è discreto, schivo: dopo anni di assenza dal fandom, solo in questi ultimi mesi, in occasione del suo ottantesimo compleanno e della riedizione di Eclissi 2000, si è manifestato in occasioni più o meno pubbliche. Ma, una volta superata la barriera, è una persona molto gradevole e disponibile. E, a quanto vedo, adorato in famiglia.
Deve essere anche amato - o almeno deve esserlo stato - dai suoi compaesani, se, in tempi ormai lontani, è riuscito a farsi eleggere sindaco di San Cipriano. E non erano anni facili: dal 1970 al 1973.
«Da Roma mi sono trasferito qui nell’autunno del ‘68. Quando sono arrivato ho avuto l’impressione di essere sbarcato su un pianeta alieno. Qui comandava il Fascio. Il paese era in mano da anni, dall’immediato dopoguerra, a un’amministrazione di destra, e a me, che ero appena arrivato, sembrava di vivere in un romanzo di fantascienza, come quando uno che va su un pianeta vede che la popolazione sta per ribellarsi, e si mette a capo della popolazione. E allora ho fatto la lista e ho vinto. Ma tre anni sono stati sufficienti. Basta. La politica non va bene. È una cosa sporca, non si può essere se stessi fino in fondo come si vorrebbe. Comunque è stata una buona esperienza anche quella».
Un’esperienza coerente con l’impegno sociale - e politico - profuso nei suoi scritti. Ed è così che continua la sua lotta: «Nell’88 è cominciata la collaborazione con Malaguti. La quale continua tuttora. Io ho riesumato Futuro, che vive ancora oggi. E Malaguti poi mi ha pubblicato l’opera omnia, completa. Adesso io non ho più niente di inedito». Poi si corregge, ricorda di avermi parlato di un nuovo romanzo che ha finito di scrivere da poco. Un romanzo sugli zingari, tema ricorrente nei suoi testi. Perché? «Che vuole che le dica?». Non lo so, ma comincia a dirmelo in rom, poi lascia perdere. «Non ci crederebbe, non le posso dire che sono mezzo zingaro.
«Però ho sempre avuto quest’attrazione… Quand’ero bambino venivo qui d’estate, e come tutti i bambini di campagna avevo paura degli zingari perché mia madre pur di tenermi nel cortile e impedirmi di andare nella strada, mi diceva: “Non andare là, passano gli zingari e ti portano via!”. Allora io sono cresciuto con il terrore degli zingari, ma una paura che allo stesso tempo mi attirava, mi affascinava. Fino a quando conobbi il cappellano nazionale degli zingari, che divenne un mio caro amico, e mi introdusse nel mondo degli zingari, mi insegnò la lingua… Insomma, questo interesse è cresciuto, e allora sa com’è, si scrive solo di quello che si conosce, io questo mondo lo conosco e ho detto “voglio scriverci sopra…” e l’ho scritto. Che fine farà non lo so».
Gli chiedo se con gli zingari ci abbia anche vissuto.
«Eh, un po’ sì, anche se saltuariamente. Andavo a un campo nomadi a Milano, stavo lì tre giorni, poi andavo via e ci ritornavo la settimana dopo. Insomma, ero un po’ un pendolare. Un nomade tra i nomadi»
Ma il romanzo è comunque un romanzo di fantascienza, ci anticipa: «Dovevo per forza dargli un accento, una parvenza fantascientifica, è chiaro. E allora, che dovevo fare? Dovevo immaginare degli zingari che vengono da Marte? No, assolutamente. E allora mi sono immaginato che gli zingari provengano da un’altra dimensione. C’è una storia tra un lui e una lei che è zingara, poi lei ritorna nel suo mondo di appartenenza, e lui non può seguirla perché il passaggio non è consentito a chi non è di sangue zingaro, e quindi è tagliato fuori completamente, e rimane qui. Questo è lo spunto. E il titolo è Themoro Korik, che vuol dire “Il paese di là”».
Di “paesi di là”, i racconti e i romanzi di Aldani ne hanno visti parecchi: «Lo confesso: ho litigato con diversi amici della fantascienza perché quello che sostenevano è: “Com’è possibile che tu vai in Francia, in Germania, in Spagna, in Giappone, in Russia, nei paesi dell’Est…? Tu devi essere ammanigliato…” Io non sono ammanigliato, non conosco nessuno. Mi hanno cercato. “Ma è impossibile, a noi non ci ha cercato nessuno”. E allora io cosa devo dire?
«Chi m’ha cercato è stato Dorémieux dalla Francia. E dopo la Francia è venuta la Spagna. E dopo la Spagna è venuto il Giappone. Me l’hanno richiesto loro. È la Hayakawa Shobo che mi ha scritto, altrimenti chi potevo conoscere io in Giappone? Ho ancora tutte le lettere.
«E soprattutto c’è stato un grosso colpo di fortuna. Sono presente nell’antologia di Franz Rottensteiner, la quale antologia Rottensteiner l’ha venduta in America, e quindi son finito anche in America. L’ha venduta in Inghilterra e son finito in Inghilterra, l’ha venduta in Germania e son finito anche in Germania. L’ha venduta anche alla Germania dell’Est, e mi hanno richiesto anche nella Germania dell’Est. Tutto grazie all’introduzione di quest’antologia. Poi a un certo punto mi son fatto furbo, e l’ho preso come agente editoriale. E quando sei presentato da un tipo come Rottensteiner le porte un po’ si spalancano. Poi le cose sono come le ciliege…».
A questo punto ha come un ricordo improvviso. Si alza dal divano e si dirige verso il suo studio. Ne ritorna con un volume, The Science Fiction Century a cura di David G. Hartwell, un’antologia del 1997 che ripropone i capolavori della fantascienza del Novecento. A rappresentare l’Italia, solo due nomi: Dino Buzzati e Lino Aldani. Con la stessa traduzione di “Buona Notte Sofia” - ci dice - apparsa nell’antologia di Rottensteiner. Del resto, dal 1973 questo racconto non è invecchiato di un giorno. Come potrete constatare leggendolo - o rileggendolo, se l’avete già fatto allora - nell’anno 2007.
“Vedo un futuro in cui un giorno gli uomini come le donne porteranno il chador, o forse anche il burka, come uno strumento per difendere la propria privacy”.
C’è tutta Pat Cadigan in questa frase: la provocazione, il femminismo egualitario, l’orrore per la “società della sorveglianza”.
La “regina del cyberpunk”, come è stata definita non a torto dal Guardian, ama stare in mezzo ai “sudditi”, a quel che in gergo fantascientifico si chiama fandom, ammette di partecipare a tutte le convention possibili, e quindi intervistarla non è difficile, vista la disponibilità, ma inevitabilmente frammentario: devi inseguirla a destra e a manca, evitando di infastidire i fan che arrivano per farsi firmare una copia di un suo romanzo o anche solo per scambiare quattro chiacchiere. E non sempre è facile tenere il filo del discorso fra tante interruzioni.
Siamo a Glasgow, alla Worldcon, la convention mondiale di fantascienza che sbarca in Europa solo una volta ogni dieci anni. Le sono andata incontro all’uscita da un panel sugli eroi che non hanno mai famiglia, dove in realtà tutti – pubblico incluso – han fatto a gara per dimostrare quanto la loro vita familiare sia avventurosa ed eroica, mentre di fantascienza si è parlato ben poco. Anche qui, però, la Cadigan non ha perso l’occasione di sfoderare il suo carattere irriverente: a una fan che le faceva notare che qualunque esperienza può essere eccitante se vissuta nel modo giusto, compreso fare il bucato, lei ha ribattuto: “L’ultima volta che è stato eccitante fare il bucato a casa mia, qualcuno ha divorziato”.
Stessa irriverenza e stessa ironia dei suoi romanzi, Mindplayers e Sintetizzatori umani i più famosi, con protagonisti rigorosamente femminili. Per un genere, il cyberpunk appunto, che è stato bollato di conservatorismo e maschilismo.
“È una cosa che mi facevano notare tutti – mi racconta tra un autografo e l’altro nella Dealers’ room, il salone dei banchetti di libri, gadget, bigiotteria e quant’altro, – e ciascuno aveva le sue ragioni per crederlo. Il fatto è che il cyberpunk turbava molti, perché era apparso come un fulmine a ciel sereno. La fantascienza è un campo che ha una certa tradizione, e il cyberpunk non si inseriva in nessuna tradizione particolare. Perciò inizialmente ci fu una certa resistenza. Molti non lo capivano, e tentavano di invalidarlo in modi diversi, e uno di questi era: ‘Sono tutti uomini’. Ai tempi non ero molto nota, e avevo un nome ambiguo, quindi per loro erano tutti uomini. C’è poi invece chi mi conosceva ma sosteneva che la sola ragione per cui stavo con loro era perché ero loro amica. Ma è anche vero che a quell’epoca non c’erano altre donne che scrivessero le stesse cose, e nello stesso modo. Solo ora sto cominciando a vedere venir fuori lavori di quel tipo fatti da autrici. C’è per esempio Tricia Sullivan, e i suoi due ultimi romanzi, Maul e l’ultimo Double vision, non sono esattamente cyberpunk, non sono qualcosa che sarebbe stato possibile pubblicare vent’anni fa, ma hanno lo stesso spirito”.
Cyberpunk femminista? Quanto teorizzato nei primi anni Novanta da Donna Haraway nel suo Manifesto Cyborg, la Cadigan l’aveva applicato in piena era reaganiana. La stessa epoca in cui la canadese Margaret Atwood aveva ambientato il suo romanzo Il racconto dell’ancella in una distopia teocratica con molti punti in comune con il 1984 di Orwell, ma dove a pagarne le conseguenze peggiori erano proprio le donne.
“È stato proprio il reaganismo a stimolare e istigare il movimento cyberpunk – ricorda ancora la scrittrice –. Tutti noi, da punti di vista diversi, volevamo reagire contro quel genere di cose. È un po’ difficile da spiegare, perché è un fenomeno molto americano. Reagivamo contro la scienza per soli uomini, lo spazio per soli uomini, tutti gli scienziati erano uomini, tutti gli astronauti erano uomini, salutavano le loro mogli con un bacio e via. Nella fantascienza mancava la carica estrapolativa, si prendeva l’ordine sociale comunemente accettato e lo si proiettava così com’era nel futuro. La fantascienza era molto miope da quel punto di vista. L’esempio che mi viene subito in mente è Soylent Green, il film basato sul romanzo Largo! Largo! di Harry Harrison. C’è un futuro sovraffollato, le risorse scarseggiano e nell’ordine sociale le donne sono considerate come dei mobili. Wow! Che futuro era questo? E su quale pianeta avveniva? Insomma, quel che molta fantascienza non aveva colto erano gli effetti del controllo delle nascite e del cambiamento dei ruoli per le donne. La maggior parte della fantascienza non l’aveva colto per nulla”.
Ma, obietto io, lei l’ha colto molto meglio dei suoi colleghi cyberpunk maschi. “Mi piace crederlo”, risponde con un sorriso soddisfatto. Perchè, mi ha spiegato prima, lei si considera tutt’ora una femminista: “Ma vorrei vivere in un mondo dove la parola ‘femminista’ abbia lo stesso senso di ‘suffragette’, le donne che lottavano per avere il diritto di voto. È questo il mio sogno per il femminismo, piuttosto evoluzionista. Per cambiare le cose ci vuole molto tempo. Fra un secolo il mondo potrebbe essere ancora più o meno riconoscibile per le persone che ci vivono ora, in termini di cambiamento dell’ordine o dei ruoli sociali, e cose del genere. Posso immaginare il futuro. Per esempio, l’America – ed è qualcosa su cui sto lavorando nelle mie opere – sta diventando una società sotto sorveglianza, ci sono videocamere dappertutto, e anche a Londra, dove vivo, ci sono videocamere per poter seguire la gente”. È a questo punto che parla del chador come di un possibile modo, nel futuro, per difendere la propria privacy, contrariamente alla convinzione comune delle donne occidentali che lo vedono come un simbolo d’oppressione. E aggiunge: “Molte mie amiche musulmane considerano il chador liberatorio. Lo indossi e non devi più sforzarti di piacere agli uomini, per esempio”.
Femminismo, sorveglianza, ma anche comunicazione: ecco il terzo elemento irrinunciabile se si vuole scrivere fantascienza oggi: “Quando scrivo di un futuro prossimo, diciamo fra cinquant’anni, un’altra cosa che devo tenere in mente sono le comunicazioni. Perché se scrivessi un racconto mainstream in cui il telefono non esiste, anche se non dicessi mai che non esiste una cosa del genere, il lettore lo percepirebbe nel modo in cui le persone agiscono e parlano le une con le altre, e questo accade anche nella fantascienza. Penso che potrei tralasciare qualunque altra cosa, ma non posso assolutamente tralasciare questo aspetto”.